Idee sull’educazione

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All’educazione morale appartiene, 1. l’ABILITÀ, 2. la SAGACITÀ NEL MANEGGIO DELLE COSE DEL MONDO, 3. la MORALITÀ. Per ciò che riguarda l’ABILITÀ dobbiamo tentare che sia profonda, e non superficiale. Non dobbiamo far apparire di aver cognizioni di cose che poi non possiamo mettere in esecuzione. La profondità deve trovarsi nell’abilità ed a poco a poco diventare abitudine nella maniera di pensare. La profondità appartiene essenzialmente al carattere di un uomo. L’abilità appartiene al talento.

La SAGACITÀ NEL MANEGGIO DELLE DEL MONDO consiste nell’arte di servirsi con vantaggio dell’abilità, vale a dire nell’arte di far agire gli uomini secondo i nostri intenti. Per questo si richiedono varie cose. Propriamente è questa parte dell’educazione l’ultima; ma riguardo al valore occupa il secondo luogo. 

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Dovendo il giovane confidarsi alla sagacità nel maneggio delle cose del mondo è necessario quantunque difficile che sappia dissimulare e rendersi impenetrabile; ma deve sapere indagare il carattere o le viste degli altri. Particolarmente deve saper dissimulare riguardo al suo carattere. L’arte dell’apparenza esteriore è la buona grazia; ed è opportuno il possederla. A ciò appartiene la dissimulazione che consiste nel saper celare le nostre mancanze, e nello studiare quello che appartiene alla buona grazia. La dissimulazione non è    sempre finzione, e qualche volta può essere permessa; ma in ultima analisi si lega poco colla rettitudine delle intenzioni. La dissimulazione è un mezzo poco consolante. Alla sagacità nel maneggio delle cose del mondo appartiene, di non dar subito in escandescenza, ma dall’altra parte non conviene nemmeno essere troppo ritenuto. Dunque non dobbiamo essere impetuosi, ma risoluti. Essere risoluto è ancora differente dall’essere impetuoso. Un valent’uomo (strenuus) è quello, che è risoluto nelle sue operazioni. Il dissimulare serve per moderare l’impetuosità; la prudenza del mondo serve a moderare il temperamento. 

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La MORALITÀ appartiene al carattere. SUSTINE et ABSTINE è il preparativo ad una savia moderazione. Volendo formare un carattere buono è necessario di frenare dapprima le passioni. L’uomo riguardo alle inclinazioni deve accostumarsi in modo, che queste non diventino passioni; egli deve imparare a privarsi di alcune cose, che gli vengono ricusate; SUSTINE vuol dire, appazientati ed accostumati a soffrire.

Per imparare a privarsi di qualche cosa richiedesi coraggio e determinazione. Dobbiamo accostumarci a ricevere ripulse ed a soffrire la resistenza degli altri ec.

Al temperamento appartiene la simpatia. Si deve ne’ fanciulli aver cura che non s’interessino né soverchiamente, né languidamente. L’interessamento è propriamente sensibilità e corrisponde solamente ad un carattere sensibile. Esso è ancora diferente dalla compassione, che consiste solamente nel compiangere. Convien dare ai fanciulli del danaro ad uso proprio onde facciano un qualche bene ai poveri, allora vedremo se sono compassionevoli o no; poiché fintanto che distribuiscono il danaro dei loro genitori non si ha indizio se siano e no compassionevoli. 

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La sentenza FESTINA LENTE significa una continua attività durante la quale dobbiamo affrettarci per imparare molto; questo vuol dire FESTINA. Dobbiamo anche imparare con fondamento ed impiegarvi il tempo necessario; questo vuol dire LENTE(1). Ora si domanda qual cosa è da preferirsi, se dobbiamo avere estensione e grandi cognizioni o viste limitate ma profonde? È meglio saper poco, ma questo poco a fondo, che molto e superficialmente; poiché in fine si scopre la sterilità nelle cose superficiali. Ma siccome il fanciullo non sa in quali circostanze possa essere posto, per servirsi dell’una specie o dell’altra di cognizioni è meglio che ne sappia di tutte, ma con profondità, altrimenti inganna ed accieca gli altri colle sue cognizioni superficiali.

L’ultima operazione dell’educazione è la formazione del carattere. Questo consiste nel fermo proposito di voler fare una cosa , e poi di eseguirla. VIR PROPOSITI TENAX dice

(1) Il Festina lente propriamente significa che conviene essere lenti e maturi nel deliberare, rapidi e risoluti nell’eseguire.

Nota del Traduttore.

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Orazio, e questo è l’impront[a] di un buon carattere. Debbo per esempio mantener la promessa quand’anche l’eseguirla torni in mio danno. Quell’uomo che si propone qualche cosa, ma non l’eseguisce, non si può fidare più di sé stesso. Chi si prefigge di sempre alzarsi di buon ora per istudiare o per qualch’altro oggetto, oppure per passeggiare, e incomincia dallo scusarsi perché nella primavera la mattina è ancora troppo fredda, perché l’alzarsi tanto per tempo può nuocergli, perché nell’estate si riposa con molto piacere ec., e differisce di giorno in giorno ciò che si è proposto, arriva alla fine a non fidarsi più di sé medesimo.

Quello ch’è contro la morale soffre eccezione trattandosi di tali propositi. È molto male, che un uomo cattivo abbia carattere; questo chiamasi allora ostinatezza quantunque piaccia per sé la ferma esecuzione di ciò che uno si propone. Ma questa fermezza si dovrebbe piuttosto spiegare nel bene.

Noi stimeremo poco colui che prolunga l’esecuzione delle cose proposte. La così detta conversione futura è di questa specie. Quell’uomo che ha vissuto sempre vizioso e che vuol convertirsi tutt’a un tratto, riescirà mai; poiché non succederà alcun

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miracolo perché possa diventar virtuoso come quello che ha impiegato bene tutta la sua vita, e ha vissuto onestamente. Per la stessa ragione non è da aspettarsi alcun bene dal pelegrinaggio, dalla mortificazione della carne e dal digiuno, poiché non vi è alcuna ragione per cui i pelegrinaggi ed altre usanze simili possano contribuire a convertire un uomo vizioso onde seguire le vie della virtù.

Come è possibile che digiunando di giorno si possa formare la rettitudine e promovere il miglioramento de costumi quando di notte si mangia il doppio; e a che serve imporre un castigo al corpo, il quale non contribuisca punto al cangiamento dell’animo?

Per fondare ne’ fanciulli un carattere morale, dobbiamo osservare le seguenti cose.

Que’ doveri ch’essi hanno da adempire, loro si devono far conoscere per mezzo di esempi e regole. Que’ doveri che il fanciullo deve osservare sono ordinariamente doveri verso sé stesso e verso gli altri. Questi doveri debbono essere tratti dalla natura delle cose. Quindi dobbiamo considerare

a) I doveri verso sé stesso. Questi non consistono in un vestiario signorile od in un

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pranzo splendido (benché tutto debba essere netto) ec. Non consistono del pari nella cura di contentare tutti i nostri desideri ed inclinazioni, mentre al contrario dobbiamo essere assai moderati ed astinenti; ma consistono piuttosto nel riconoscere la dignità del nostro interno, che ci nobilita sopra tutte le creature. È nostro dovere di non rinunziare nella nostra stessa persona a questa dignità dell’umanità.

Noi rinunciamo alla dignità dell’umanità quando ci abbandoniamo all’ubbriachezza, e ad ogni genere di stravizi diversi ec., cose tutte che avvicinano l’uomo al bruto. Degrada del pari la umana dignità colui che si umilia avanti a un altro, e gli fa complimenti affine, com’egli si dà a credere, di preoccuparne l’animo con una condotta cotanto indegna.

La dignità dell’umanità potrebbe essere resa sensibile al fanciullo quando per esempio non si tenga polito, poiché la succidezza è indecente. Il fanciullo si può anche abbassare sotto l’umanità per mezzo della bugia, mentre allora è  capace di riflettere e comunicare ad altri i suoi pensieri. La menzogna espone l’uomo al disprezzo generale ed è un mezzo con cui noi stessi ci priviamo

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di quella stima e veracità, che ciascheduno deve avere per sé medesimo.

b) I DOVERI VERSO GLI ALTRI. È necessario che al fanciullo si faccia conoscere per tempo il rispetto e la stima che deve avere pel diritto degli uomini, e nell’istesso tempo devesi far molta attenzione acciocché lo metta in pratica. Se per esempio un fanciullo incontrando un altro povero fanciullo lo urta o lo batte ec., non dobbiamo dire «oibò non far questo, ciò fa male all’altro, sia compassionevole poiché esso è un povero ragazzo ec.» al contrario dobbiamo trattarlo colla stessa alterigia e violenza, poiché la sua condotta è contraria al diritto dell’umanità. I fanciulli non hanno ancora propriamente alcun sentimento della magnanimità; ciò si vede allorché per esempio i parenti comandano al figlio di dividere con un altro fanciullo la merenda, senza però ricevere dopo un’altra porzione. Esso o non lo fa punto o assai di rado e mal volontieri. Oltre di ciò possiamo dir poco al fanciullo sulla magnanimità poiché non possiede ancor nulla.

Molti hanno trascurato totalmente o spiegato male quella parte della morale che contiene i doveri verso se stesso. Il dovere verso se stesso consiste in ciò, che l’uomo 

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conservi la dignità dell’umanità nella sua propria persona. Esso avendo sott’occhio l’idea dell’umanità, critica se stesso. Esso ha un originale nella sua idea col quale si paragona. Quando cresce il numero degli anni, quando incomincia a farsi sentire l’impulso per l’altro sesso, allora si ha quel tempo pericoloso in cui la dignità dell’uomo è sola capace di tenere il giovane ne’ suoi limiti; ma è d’uopo far conoscere per tempo al giovane come possa conservarsi illibato.

Alle nostre scuole manca generalmente un catechismo del diritto che promuoverebbe moltissimo la coltura de’ fanciulli, per la giustizia. Questo catechismo dovrebbe contenere diversi casi popolari che accadono nella vita comune ove ad ogni istante dovrebbe nascere da sé la domanda: se una cosa è giusta o no, per esempio se qualcheduno, che deve pagare oggi il suo creditore, vedendo un bisognoso e dandoli il danaro che doveva pagare, abbia fatto bene o male: la risposta sarebbe, ch’egli fu ingiusto, poiché volendo fare benefici è necessario essere in piena libertà riguardo alle proprie obbligazioni. Dando il danaro al povero fo un’opera meritoria; pagando però il debito adempio un dovere. Di più si 

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potrebbe domandare. È PERMESSO IL DIRE BUGIA OFFIZIOSA? No; non vi ha alcun caso in cui possa essere scusata; meno ancora ne’ fanciulli i quali altrimenti riguarderebbero qualunque piccola cosa come un titolo giusto, e si permetterebbero sovente di mentire. Se esistesse questo catechismo si potrebbe impiegare un ora al giorno per insegnare ai fanciulli il diritto onde imparino a servire nel mondo a questo alto intento della divinità e ad imprimirselo nel cuore.

Fra gli uomini non vi è vincolo scambievole che gli obblighi alla beneficenza; né dobbiamo troppo intenerire il cuore de’ fanciulli onde renderlo assai sensibile per la sorte degli altri, ma renderlo piuttosto virile. Il fanciullo non deve essere spinto dal solo sentimento, ma bensì essere pieno dell’idea del dovere. Molte persone diventano di un cuor duro, perché essendo stati prima compassionevoli sono restati spesso ingannati. È inutile di voler far comprendere al fanciullo il merito di una azione. Gli ecclesiastici sbagliano spesso rappresentando come un merito innanzi a Dio le opere della beneficenza. Non possiamo giammai far più del nostro dovere; e però è un puro obbligo nostro il far bene ai poveri, poiché la disuguaglianza

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della fortuna degli uomini dipende da circa stanze accidentali. I beni ch’io possiedo si debbono dunque alla mia destrezza o a quella de’ miei antenati nell’approfittare delle circostanze.

Si eccita l’invidia insegnando al fanciullo di stimarsi secondo il merito degli altri. Esso piuttosto deve stimarsi secondo le idee della ragione. Quindi la modestia non è propriamente altro che un confronto del merito personale colla perfettibilità morale. Così per esempio insegna la religione cristiana tanto la modestia, quanto l’umiliazione dell’uomo; poiché deve in conseguenza di essa paragonarsi al più alto modello della perfezione. È cosa assai stravagante il credere che la modestia consista nello stimarsi inferiore agli altri; dicendo al figliuolo: guarda come si conduce questo o quell’altro fanciullo si promove una maniera di ignobile. L’uomo calcolando il suo merito secondo quello degli altri, tenta o di levarsi sopra di essi o di diminuirne il merito: e quest’ultima cosa chiamasi invidia. In tal caso cerchiamo d’incolpare l’altro di un qualche difetto, poiché se questo soggetto non esistesse non si potrebbe essere paragonato con lui e si apparirebbe migliore. Per mezzo

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dello spirito mal applicato dell’emulazione si produce l’invidia. Il caso in cui l’emulazione possa servire a qualche cosa è quando si vuol persuadere qualcheduno che tal cosa o tal altra sia fattibile. Pretendendo per esempio che il fanciullo impari una certa lezione gli si faccia vedere che gli altri sono capaci d’impararla.

Non è lecito in alcun modo che un fanciullo faccia arrossire l’altro; dobbiamo evitare qualunque superbia fondata sulle preferenze della fortuna; al contrario dobbiamo promuovere l’affabilità. Questa è una confidenza modesta verso sé stesso; per mezzo di essa l’uomo è messo in istato di far vedere convenientemente i suoi talenti. Dobbiamo però distinguerla bene dalla sfrontatezza che consiste nella indifferenza riguardo al giudizio altrui.

Tutti i desideri dell’uomo mali (libertà e potere) o materiali; (relativi ad un oggetto) questi o si riferiscono ai beni di pura opinione o di reale godimento, oppure si riferiscono alla semplice continuazione di ambedue come elementi della felicità.

I desideri della prima specie sono la smania dell’onore, del potere, e del 

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possesso; quelli della seconda il godimento del sesso (voluttà) delle cose (agiatezza) o della società (il piacere che troviamo nel conversare). I desideri della terza specie sono, l’amore per la vita, per la salute, pel comodo (e per l’esenzione da cure nell’avvenire).

I vizi sono, la malizia, la viltà, e la meschinità; alla prima appartiene l’invidia, l’ingratitudine, e la malignità; alla seconda l’ingiustizia, l’infedeltà (falsità) la trascuratezza, tanto sprecando i suoi beni quanto la salute (intemperanza) e l’onore. I vizi della terza specie sono la disamorevolezza, l’avarizia, e l’infingardaggine (mollezza).

Le virtù sono o virtù del MERITO o solamente del DOVERE o dell’innocenza. Alla prima specie appartiene la magnanimità (riguardo al vincere sé stesso tanto nella vendetta quanto nel comodo e nella cupidigia di acquistare) la beneficenza ed il saper dominar sé stesso; alla seconda appartiene la lealtà, la convenevolezza, e la placidezza; ed alla terza finalmente la buona fede, la morigeratezza e la frugalità.

Ora si domanda: l’uomo di natura sua è esso moralmente buono o cattivo? né l’uno né l’altro; poiché esso non è di natura

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un essere morale; esso diventa morale quando la sua ragione s’innalza fino alle nozioni del dovere e della legge. Intanto possiamo dire che originalmente egli abbia tentazioni per tutti i vizi; poiché egli sente eccitamenti che ve lo spingono quantunque la ragione ne lo ritragga. Quindi, l’uomo può diventare moralmente buono solamente per mezzo dell’esercizio della virtù; dunque per un impero sopra sé medesimo, benché senza tentazioni egli possa conservarsi innocente.

I vizi ordinariamente nascono quando la situazione morale fa forza alla natura quantunque la destinazione dell’uomo come essere ragionevole sia quella di togliersi allo stato rozzo della natura ch’egli ha comune cogli altri animali. L’arte quando è perfetta ridiventa natura.

Nell’educazione tutto dipende da una continua e precisa esposizione delle regole fondamentali, onde renderle ai fanciulli comprensibili e piacevoli. Essi devono imparare a disprezzare in luogo di odiare; invece di temere le punizioni degli uomini e di un essere supremo, debbono temere la voce del loro giudice interno; deve in essi la stima verso di sé, e la dignità interna prevalere alla opinione degli uomini, il valore intimo delle

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azioni e dei fatti alle parole ed agli affetti, l’intelligenza al sentimento, e la giovialità e la pietà unite ad un buon umore alla divozione bisbetica timida e torbida.

È d’uopo sovra tutto far sì che i fanciulli non pongano troppo valore nei MERITI DELLA FORTUNA.

Per quello che riguarda l’educazione dei fanciulli circa la religione, si domanda primieramente: conviene dare prestamente ai fanciulli qualche idea della religione? Sopra questo punto si è discusso molto, nella Pedagogica. Le idee di religione suppongono sempre alcune cognizioni teologiche; sarebbe dunque possibile d’insegnare la teologia alla gioventù che non conosce né sé stessa, né il mondo? Sarebbe possibile che essa non conoscendo ancora il dovere, comprendesse cosa sia il dovere immediato verso Iddio? Sarebbe desiderabile (se pur ottener si potesse) che i fanciulli non assistessero agli atti di culto verso Dio, e non si pronunciasse nemmeno il di lui nome alla loro presenza; sarebbe piuttosto convenevole all’ordine delle cose, di condurli dapprima allo scopo che l’uomo si deve proporre; aguzzare la loro facoltà di giudicare; instruirli sull’ordine e la bellezza delle opere della 

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natura ed aggiungervi altre cognizioni più vaste sulla costruzione del mondo, e quindi far loro concepire l’esistenza di un Essere e legislatore supremo. Ma tutto ciò non essendo eseguibile secondo lo stato presente della vita, così se tardi s’insegnassero loro le cose che riguardano questo Essere supremo, avendone essi inteso parlare prima o vedute le dimostranze di venerazione che a questo Essere si fanno, o diventerebbero indifferenti verso di Lui o ne prenderebbero una idea falsa, per esempio un timore per la potenza di esso. Ora essendo da temersi che questo timore s’imprima nella fantasia dei fanciulli, è necessario d’insegnar loro per tempo alcune nozioni di religione; questa però non deve essere una semplice operazione di memoria o d’imitazione, ma il mezzo che vi s’impiega deve convenire alla natura. I fanciulli anche senza le nozioni astratte del dovere, dell’obbligo, di una condotta buona o cattiva, comprenderanno che esiste una legge del dovere non stabilita sul comodo, sull’utilità ec., ma sulle cose in generale, le quali non si accomodano secondo i capricci degli uomini. L’istruttore egli stesso deve formarsi questa idea.

Soprattutto dobbiamo attribuire tutto 

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alla natura, eppoi la natura ad un Essere supremo; per esempio, come in principio tutto è stato organizzato onde conservare le razze, ed il loro equilibrio, e come molte cose sono anche state disposte, onde l’uomo renda felice se stesso.

L’idea di un Dio potrebbe dapprima essere resa chiara analogicamente per mezzo della idea di un padre sotto la cura del quale ci troviamo; e per mezzo di questo si potrebbe indi accennare vantaggiosamente la riunione degli uomini, come in una sola famiglia.

Ma che cosa è la Religione? La religione è una legge in noi, in quanto per mezzo di un legislatore e giudice riceve una forza sopra di noi; essa è una morale applicata alle cognizioni che abbiamo di un essere Supremo.

La Religione staccata dalla morale si converte in un mezzo col quale si studia di essere favoreggiati.

I canti di lode, le orazioni, la frequenza nel tempio o debbono porgere all’uomo coraggio e forze novelle onde perfezionarsi; o debbono essere l’espressione di un infiammato dalla presenza del dovere. Esse sono unicamente preparativi alle opere

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buone, ma non opere buone per sé stesse; e non possiamo altramente riescire accetti all’Essere Supremo, che col divenire migliori.

Dobbiamo incominciare col far conoscere al fanciullo quella legge ch’è posta in lui. L’UOMO dispregia sé medesimo allorquando è vizioso; e questo disprezzo è un sentimento proprio della di lui natura, lo prova non perché Iddio ha vietato il male, ma per il male medesimo; non essendo necessario che colui che proclama una legge sia l’inventore di essa. Così un principe può vietare nel suo regno il furto, senza però essere l’autore della proibizione del furto. Da ciò impara l’uomo, che la sua condotta sola lo rende degno della felicità. La legge di Dio deve presentarsi come la legge della Natura, poiché essa non è arbitraria. Quindi la religione appartiene alla più severa moralità.

Volendo dunque insegnare la religione non dobbiamo incominciare dalla teologia. Quella religione, che è fondata solamente sulla teologia, non può mai contenere la morale; poiché da un lato produce timore e dall’altro viste e sentimenti mercenari, cose che in fine generano il culto superstizioso.

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La Morale deve precedere, la Teologia susseguire; questo è ciò che dicesi Religione.

La legge sentita in noi si chiama coscienza. La coscienza è propriamente l’applicazione di questa legge alle nostre azioni. I rimproveri della coscienza saranno senza effetto se noi non la riguardiamo come il rappresentante di Dio, che regna sopra di noi, e che ne domina qual giudice. La religione se non si unisce alla coscienza morale è senza effetto, e non è altro che un servigio superstizioso.

Si crede servire Iddio lodandolo, e glorificando il suo potere e la sua sapienza senza pensare all’adempimento delle leggi di lui; anzi senza conoscere la sua sapienza il suo potere ec. e senza studiare di penetrarle. Questi canti di lode sono un sonnifero per la coscienza ed un origliere sul quale ella si riposa tranquillamente.

Malgrado che i fanciulli non possano afferrare tutte le nozioni di religione, devono però alcune essere loro insegnate; ma queste devono essere piuttosto negative che positive. È inutile cosa anzi feconda di false idee circa la religione, il volere che i fanciulli recitino alcune formole di orazioni senza intenderle. Noi dobbiamo insegnar loro

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che la vera venerazione di Dio consiste nell’adempimento della volontà di lui. I fanciulli come anche gli uomini adulti non devono mai abusare del nome di Dio. È egualmente un abuso di esso il servirsene anche nelle felicitazioni. L’idea di un Essere Supremo, ogni volta che ne pronunciamo il nome dovrebbe penetrarci di venerazione; perciò dobbiamo nominarlo di rado, e non mai con leggerezza. Il fanciullo deve imparare a sentire una venerazione davanti Iddio come davanti il Signore della vita e di tutto il mondo; poi come davanti quello da cui nasce la provvidenza, infine come davanti il giudice del genere umano. Si dice che NEUTON ogni volta che pronunciava il nome di Dio, un momento si arrestava in atto di riflessione.

Per mezzo di una riunione chiara della idea di un Essere Supremo con quella del dovere, impara il fanciullo a rispettare maggiormente la provvidenza di Dio per tutti gli Esseri creati; in conseguenza di ciò resta preservato contro la tendenza alla distruzione ed alla crudeltà la quale si spiega sovente martirizzando i piccoli animali. Nell’istesso tempo si potrebbe insegnare alla gioventù a scoprire il bene nel male; per esempio; gli 

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animali di rapina, gl’insetti sono modelli di nitidezza, e di diligenza, gli Uomini cattivi hanno dato causa agli altri onde creare la legge. Gli uccelli che mangiano i vermi custodiscono il giardino ec. 

È dunque necessario di svegliare nel fanciullo qualche idea d’un Essere Supremo affinché, vedendo pregare gli altri, sappia perché, ed a chi si dirigono. Queste massime come fu detto, devono essere poche e negative, ed essere insegnate nella prima infanzia. Innoltre è necessario di osservare che i fanciulli non stimino gli uomini secondo il culto religioso da loro esercitato; poiché malgrado la differenza delle religioni esiste da per tutto l’identità della Religione morale.

Accennerò da ultimo alcune massimo che dovrebbero essere osservate dalla gioventù alloraquando essa perviene ad un’età maggiore; poiché in quell’epoca incomincia il giovane a fare certe distinzioni, che non fece prima, cioè quella dell’altro sesso. La natura ha steso su questo oggetto un certo velo misterioso come se egli fosse un certo che non del tutto conveniente all’uomo, che gli aspettasse soltanto come un bisogno dell’animalità; ed ha tentato di unirvi

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per quanto era possibile una specie di pudore e di riserbo(1). Anche le nazioni selvaggie si comportano riguardo a ciò, con una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli spesso interrogano gli uomini adulti su questo proposito; essi per esempio domandano da dove vengono i bambini; ma è facile di contentarli con risposte insignificanti o di dir loro che queste sono domande da fanciulli sulle quali non si possa rispondere.

Lo sviluppò di quest’inclinazione nel giovane è meccanico, ed essa, come istinto, sviluppasi senza conoscere l’oggetto. È dunque impossibile di conservare in tal caso il giovane nell’ignoranza e nell’innocenza da cui è accompagnata; e volendolo passare sotto silenzio si rende la cosa ancora

(1) È bello a questo proposito ciò che dice Cicerone nel libro de Officiis lib. 1. cap. 35. «Principio, corporis nostri magnam natura ipsa videtur habuisse rationem: quae formam nostram reliquamque figuram, in qua esset species honesta, eam posuit in promtu: quae partes autem corporis, ad naturae necessitatem datae, adspectum essent deformem habiturae atque turpem, eas contexit atque abdidit. Hanc naturae tam diligentem fabricam imitata est hominum verecondia». 

Nota dell’Editore.

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peggiore come apparisce dall’educazione de’ nostri antenati. Secondo le massime che dominano nell’educazione moderna si pretende, e ciò con ragione, che su questa materia si debba parlare col giovane chiaramente e con precisione. È vero che questo è un punto delicato, poiché è riguardato mal volontieri qual soggetto di pubblico discorso. Ma tutto si rimedia parlandogli colla dovuta serietà, e tentando di allontanarlo dalla sua inclinazione(1).

Il 13, o 14 anno è ordinariamente l’epoca in cui sviluppasi nel giovane l’inclinazione per l’altro sesso; (accadendo ciò più per tempo possiamo credere che i fanciulli sono stati sedotti e guastati da cattivi esempi). Allora si è sviluppata la facoltà di giudicare, e la natura gli ha preparati a poter comprendere i discorsi che ad essi si fanno tal proposito.

Non vi è cosa che indebolisca tanto lo spirito ed il corpo dell’uomo, quanto, quella specie di voluttà ch’è diretta verso sé stesso

(1) Vedi particolarmente Salzmann Sopra i peccati segreti della Gioventù

Nota dell’Editore.

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e che si oppone affatto alla natura di lui. Anche questo non dobbiamo nascondere al giovane, anzi dobbiamo dipingerli questo vizio con tutto l’orrore e dirgli, ch’egli per mezzo di esso si rende incapace alla propagazione del genere umano, che per mezzo di esso si distruggono più che mai le forze del corpo, che presto s’invecchia, e che ne soffre infinitamente lo spirito.

Affine di prevenire nei giovani questi disordini è necessario di occuparli moltissimo, e non lasciarli restare in letto più tempo di quello che richiedesi per dormire. Debbonsi pure levare dalla mente gli stessi pensieri che vi hanno relazione; poiché restandovi essi anche solamente nell’immaginazione si consumano le forze vitali. Dirigendo l’inclinazione sull’altro sesso, per lo più s’incontra una qualche resistenza; dirigendola però verso sé stesso, si può contentarla ad ogni istante. L’effetto fisico di ciò è estremamente nocivo; ma le conseguenze riguardo alla moralità, sono infinitamente maggiori. Per mezzo di questo vizio i giovani oltrapassano i limiti della natura, e l’inclinazione, non avendo luogo alcun contentamento reale, continua ad infuriare senza riposo. Gl’istruttori dei giovani adulti hanno proposto la

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quistione: se sia permesso che un giovane possa trattare l’altro sesso; quando si debba sciegliere uno di questi due partiti è assolutamente il migliore l’ultimo; mentre nel primo si opera contro la natura, ma non nel secondo. Il giovane essendo giunto alla maggiorità è destinato dalla natura ad essere uomo, ed in conseguenza a propagare la sua specie. I bisogni però necessari all’uomo in uno stato civilizzato, impediscono ch’egli possa sempre allevare i suoi figli. Egli in conseguenza sotto questo rapporto verso l’ordine civile. Meglio è dunque, anzi è dovere, che il giovane aspetti finché si trova in istato di maritarsi convenevolmente; e allora opera non solamente da uomo onesto, ma pure da buon cittadino(1)

Deve pure il giovane imparare per tempo a nutrire un vero rispetto per l’altro sesso, per mezzo di una vita operosa ed irreprensibile saper acquistarsi la stima di

(1) Non ho potuto tralasciare di porre in fine della presente opera la traduzione di una lirica poesia di Schiller riguardante la Dignità delle Donne. 

Nota dell’Editore.

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esso, onde raccogliere il sommo premio di un felice matrimonio.

Una seconda differenza di cui il giovane s’accorge entrando in società, è la cognizione della differenza delle classi degli uomini e della disuguaglianza tra di loro. Fintantoché il giovane è ancora fanciullo si deve impedire che conosca questa differenza, anzi non gli si deve nemmeno permettere che comandi ai domestici: accorgendosi egli che i parenti comandano ai domestici si può dirgli: i parenti danno il pane ad essi e per questo ubbidiscono; tu non lo fai, ed in conseguenza non sono tenuti ad ubbidirti. I fanciulli non sanno nulla su tutto ciò se prima i parenti stessi non hanno loro messo questo capriccio in testa. Dobbiamo far vedere al giovane, che la disuguaglianza degli uomini nacque alloraquando un uomo tentò acquistarsi qualche vantaggio sopra l’altro; può egli essere a poco a poco fatto consapevole dell’eguaglianza degli uomini malgrado la disuguaglianza civile.

Il giovane dev’essere sorvegliato acciocché impari a stimare assolutamente sé stesso e non a misura degli altri. È vana la stima verso gli altri per ciò che non forma il merito dell’uomo. In oltre dobbiamo guidarlo

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affinché sia probo in tutte le sue azioni, e in esse non cerchi solamente l’apparenza ma la realtà. Tutte le sue determinazioni dopo averle meditate e ben maturate debbono mettersi in esecuzione. È meglio non prendere alcuna determinazione che lasciarla senza effetto.

È di somma necessità che il giovane impari ad essere contento della sua fortuna esteriore, a perseverare nelle sue occupazioni; SUSTINE ET ABSTINE. A saper limitare i suoi piaceri. Non cercando solamente i divertimenti ma continuando con pazienza nel lavoro diventiamo membri utili della società, e ci preserviamo dalla noia.

Dobbiamo eccitare il giovane, 1° ad essere sempre di buon umore. La letizia del cuore nasce, quando non abbiamo alcuna cosa a rimproverarci.

2° Ad essere eguale nell’umore. A forza di esercitarci continuamente potiamo giungere al punto di essere sempre lieti in società.

3° A riguardare molte cose come doveri. Un’azione ci deve essere accetta non perché essa corrisponde alla nostra inclinazione; ma perché noi per mezzo di essa adempiamo il nostro dovere.

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4° Ad esercitare l’amore del prossimo, e nutrire sentimenti cosmopolitici. Esiste qualche cosa in noi per cui c’interessiamo a) della nostra propria persona b) di quelli che sono cresciuti con noi, e c) del bene universale. Dobbiamo far conoscere a’ fanciulli questo interesse affinché possano riscaldare in ciò le loro anime. Essi devono rallegrarsi del bene universale, anche quando questo bene non riguarda il vantaggio della loro patria, o il loro proprio utile.

5° A non mettere un valore troppo alto nel godimento dei piaceri della vita; per mezzo di ciò svanisce la paura puerile della morte. Dobbiamo ancora far comprendere al giovane, che il godimento non fornisce quello che prometteva l’aspettazione(1).

6. A render conto ogni giorno di sé a sé stesso, onde calcolare in fine de’ giorni il valore della vita.

FINE

(1) Piacemi aggiugnere la traduzione di un’altra poesia di Schiller sulle Illusioni della vita. Vedila in fine.

Nota dell’Editore.