LA PEDAGOGIA

B.
DELL’EDUCAZIONE PRATICA

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L’educazione pratica abbraccia: 1° l’abilità; 2° la prudenza; 3° la moralità. Riguardo all’abilità, si richiede che sia fondata, soda e non fuggitiva. Non deesi avere l’aria di conoscere quello che non possiamo poi tradurre in atto. L’abilità deve anzitutto essere ben fondata, soda e convertirsi a poco a poco in abito della mente. Qui sta l’elemento essenziale del carattere d’un uomo. L’abilità è necessaria all’ingegno.

La prudenza consiste nell’arte di applicare all’uomo la nostra abilità, ossia di giovarci degli uomini per i nostri fini. Molte condizioni son necessarie ad acquistare la prudenza; la quale è propriamente l’ultima virtù nell’uomo, ma pel suo pregio tiene il secondo posto.

Perché un fanciullo possa abbandonarsi alla prudenza, è necessario ch’ei si renda chiuso d’animo e impenetrabile, e sappia bene indagare l’animo altrui. Rispetto al carattere segnatamente egli dev’essere chiuso d’animo. L’arte di apparire esteriormente è la convenienza, e bisogna possedere quest’arte. Difficil cosa è indagare l’animo altrui, ma devesi necessariamente comprendere l’arte di render sé stesso impenetrabile. Bisogna pertanto dissimulare, cioè nascondere i propri difetti. Dissimulare non è sempre fingere e può talvolta esser lecito, ma si avvicina, oltre che all’astuzia, alla immoralità. La dissimulazione è un mezzo disperato. La prudenza richiede che l’uomo non dimostri troppa furia, ma neppure che sia indolente. Non dobbiamo pertanto essere furiosi, ma

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energici; il che non è la stessa cosa. Uomo energico (strenuus) è colui che prova diletto nel volere. Qui si tratta di moderare l’affetto. La prudenza ha relazione col temperamento.

La moralità risguarda il carattere. Sustine et abstine, questo è il modo di prepararsi ad una savia moderazione. Se vogliamo formare un buon carattere, bisogna prima domar le passioni. Riguardo alle sue tendenze, l’uomo deve acquistar l’abito di non lasciarle degenerare in passioni e di fare a meno di quanto gli è negato. Sustine vuol dire: sopporta ed avvezzati a sopportare.

Per avvezzarsi a fare a meno d’una cosa ci vuole il coraggio ed una certa disposizione di animo. Fa d’uopo avvezzarsi ai rifiuti, alla resistenza, e va dicendo.

Al temperamento appartiene la simpatia. Convien preservare i fanciulli da una simpatia troppo viva o troppo languida. La simpatia si addice realmente alla sensibilità; conviene solo ad un carattere sensibile. Si distingue pure dalla compassione, e forma un male che consiste nel rimpiangere semplicemente una cosa. Ai fanciulli dovrebbesi regalare un po’ di danaro, perché possano aiutare i bisognosi: a questo modo si vedrebbe se hanno, o meno, compassione per gli altri; quando i figli sono generosi coi quattrini dei genitori, perdono questa qualità.

La massima: festina lente significa un’operosità costante. Dobbiamo affrettarci ad imparar molte cose, festina; ma bisogna anche saperle profondamente, e però in ogni cosa spendervi il tempo necessario, lente. Alla dimanda, se ad una gran somma di cognizioni sia o no preferibile una minor somma di conoscenze, ma più soda, si risponde: Val meglio saper poco, ma saperlo

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bene, che saper molto ma superficialmente; perché in questo caso uno finirà sempre per accorgersi della imperfezione delle sue conoscenze. Ma il fanciullo ignora altresì in quali circostanze avrà bisogno di queste o di quelle cognizioni, e quindi è meglio ch’ei sappia di tutto qualcosa profondamente: se no egli ingannerebbe ed abbaglierebbe gli altri con imperfette cognizioni.

La cosa più importante si è di fondare il carattere; il quale consiste nella ferma risoluzione di voler fare una cosa e di metterla realmente in pratica. Vir propositi tenax, dice Orazio; ed ecco il buon carattere. Se, a mo’ d’esempio, ho promesso una cosa, debbo attenere la mia promessa, qualunque danno possa derivarmene. Difatti, un uomo che prende una certa risoluzione e che non la eseguisce, non può aver più fiducia in sé stesso. Se, puta caso, avendo risoluto di alzarmi tutti i giorni di buon’ora per studiare, o per fare questa o quella cosa, o per passeggiare, poi non ne fo niente, scusandomi, in primavera, perché di mattina fa troppo freddo e mi potrebbe far male; in estate, perché è bene dormire ed il sonno mi è particolarmente piacevole; e se rimando di giorno in giorno d’eseguire la mia risoluzione, finisco col perdere ogni fiducia in me stesso.

Tutto quello che si oppone alla morale dev’essere escluso dalle nostre risoluzioni. Il carattere in un uomo cattivo è cattivissimo, e già si chiama un uomo caparbio; ma si ama sempre di vedere che uno eseguisca le sue risoluzioni e vi si mostri costante, benché si preferisca di vederlo costante nel bene.

Non c’è molto da sperare da colui che procrastina sempre d’eseguire i suoi intendimenti, come la sua futura conversione. Difatti, un uomo che ha sempre vissuto

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nel vizio e che vuol’essere convertito in un attimo, non può riescirvi: si richiederebbe un miracolo perché egli divenisse, in un batter d’occhio, eguale a colui che ha vissuto onestamente tutta la vita. Impertanto nulla possiamo riprometterci dai pellegrinaggi, dalle mortificazioni e dai digiuni, perché non si vede in che possano questi pellegrinaggi ed altre pratiche somiglianti cooperare a far d’un vizioso un uomo onesto. Qual profitto possono l’onestà e il miglioramento dei costumi ricavare dal digiunare il giorno, salvo a mangiar di più la notte, o dall’infliggere al corpo una pena che in nulla potrebbe conferire alla conversione dell’anima?

Se vogliamo fondare un carattere morale nei fanciulli, preme di seguire le infrascritte norme:

Bisogna indicar loro, meglio che si può, con esempi e regolamenti, i doveri da compiere. Questi doveri sono quelli stessi ordinari che i fanciulli hanno verso sé medesimi e verso gli altri, e però vanno desunti dalla natura delle cose. Vediamo più di proposito in che consistono.

a) Doveri verso sé stesso. Non consistono già nel procurarsi un abito magnifico, nel darsi lauti desinari, quantunque nelle vesti e nei desinari convenga ricercare la decenza. E neppure consistono nel cercar di soddisfare i propri desideri ed inclinazioni, poiché dobbiamo anzi  mostrarci temperanti e riservati; ma nel conservare nella personalità interiore una certa dignità, che fa dell’uomo una creatura più nobile di tutte le altre. Difatti, all’uomo corre obbligo di non disconoscere nella sua propria persona la dignità della natura umana.

Ora noi dimentichiamo questa dignità quando, per esempio, ci diamo all’ebbrezza e a vizi contro natura, ad ogni

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sorta d’intemperanza: cose tutte che pongono l’uomo più basso ancora dell’animale. Né meno contrario alla dignità umana è l’avvilirsi dinanzi agli altri, o ricoprirli di complimenti, sperando di cattivarsi l’animo loro con una condotta sì indegna.

Dovrebbesi far sentire la dignità umana al fanciullo nella sua propria persona, nel caso (per esempio) di laidezza, che almeno disdice all’umanità. Ma è soprattutto colla menzogna che il fanciullo va più basso della dignità umana, giacché suppone oramai dispiegata in lui la facoltà di pensare e quella di comunicare agli altri i suoi pensieri. La menzogna fa dell’uomo un essere degno di generale disprezzo, e lo rende a sé stesso indegno di quella stima e fiducia che ognuno dovrebbe portare a sé medesimo.

b) Doveri verso gli altri. Si deve per tempo inculcare al fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo, e procurare che lo metta in pratica. Se un fanciullo, poniamo, incontra un altro fanciullo povero e lo respinge fieramente dalla sua via, o se gli dà un colpo, non dobbiamo dirgli: «Non far così, ciò fa male a questo fanciullo; sii dunque compassionevole, è un povero fanciullo, e somiglianti espressioni»; ma alla sua volta bisogna trattarlo con la stessa fierezza, e vivamente fargli sentire quanto la sua condotta è contraria al diritto dell’umanità. La generosità i fanciulli non la posseggono affatto. A persuadersi di ciò, basta che i genitori impongano al loro figlio di dare a un altro la metà d’una fetta di pane coperta di burro, senza promettergliene un’altra: o il figlio non obbedisce, o, se per caso obbedisce, lo fa mal volentieri. D’altra parte, come parlare di generosità ai fanciulli, se ancora non ne hanno affatto?

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Parecchi autori hanno pienamente omessa o mal compresa, come il Crugott, la sezione della morale che comprende la dottrina dei doveri verso sé stesso. Il dovere verso sé stesso consiste, come si è detto, nel conservare la dignità della natura umana nella propria sua persona. L’uomo, fermandosi colla mente sull’idea dell’umanità, biasima e corregge sé stesso. In questa idea trova un originale a cui paragona sé medesimo. Quando gli anni crescono e la inclinazione pel sesso incomincia a farsi sentire, quello è il momento difficile; e l’idea della dignità umana è sola capace di frenare il giovane. Bisogna avvertirlo in tempo a diffidare di questo o di quello.

Nelle nostre scuole manca quasi interamente una cosa che tuttavia sarebbe così utile per educare all’onestà i fanciulli, manca cioè un catechismo di diritto. Esso dovrebbe contenere, sotto forma popolare, casi risguardanti la condotta da tenersi nella vita ordinaria, e che naturalmente implicherebbero sempre questa questione: Ciò è giusto od ingiusto? Se qualcuno, che dovesse oggi pagare il suo creditore, si lasciasse commuovere alla vista d’un infelice e gli desse la somma che ha da pagare al suo creditore, farebbe cosa giusta? Ingiusta, perché chi vuol praticare la beneficenza occorre sia libero da ogni debito verso gli altri. Soccorrendo un povero, fo una cosa meritoria; ma pagando il mio debito, fo il dover mio. Si domanderebbe, inoltre, se la necessità può giustificare la menzogna. No di certo! non si potrebbe concepire un solo caso in cui potesse ciò scusarsi, almeno davanti ai fanciulli, che altrimenti piglierebbero la più lieve cosa per una necessità e si permetterebbero spesso di mentire. Se ci fosse un libro di questo genere, gli si potrebbe consacrare con grande Utilità un’ora ogni

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dì, per insegnare ai fanciulli a conoscere ed a pigliare a cuore i diritti degli uomini, che sono eccitamento posto da Dio sulla terra.

In rispetto all’obbligo di essere benefici, questo è un dovere imperfetto. Occorre meno affievolire che eccitare l’animo dei fanciulli per renderlo sensibile alle sventure altrui. Che il fanciullo sia tutto penetrato non dal sentimento, ma dall’idea del dovere! Molte persone, son divenute realmente dure di cuore perché, altre volte essendosi mostrate compassionevoli, furono di sovente tratte in inganno. E inutile di voler far sentire a un fanciullo il lato meritorio delle azioni. I preti commettono assai volte l’errore di presentare gli atti di beneficenza come alcun che di meritorio. Anche senza riflettere che, agli occhi di Dio, non possiamo far mal che il nostro dovere, si può dire che adempiamo semplicemente l’obbligo nostro beneficando i poveri. Difatto, la disuguaglianza del benessere tra gli uomini deriva da mere condizioni accidentali. Dunque, se posseggo beni di fortuna li debbo a quelle circostanze che han favorito me o chi mi ha preceduto, e però devo pensare anco alla società di cui sono membro.

Si eccita l’invidia in un fanciullo avvezzandolo a stimare sé stesso giusta il valore degli altri. Deve, al contrario, stimar sé giusta le idee della sua ragione. Così l’umiltà vera e propria è un confronto del nostro valore colla perfezione morale. La religione cristiana, per esempio, comandando agli uomini di paragonar sé medesimi al modello sovrano della perfezione, li rende umili piuttosto che insegnar loro la umiltà. Far consistere l’umiltà nello stimar sé meno degli altri è assurdo. — Vedi come questo o quel fanciullo si porta

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bene! e somiglianti espressioni. Parlar così ai fanciulli non è certo il modo d’inspirar loro nobili sentimenti. Quando l’uomo stima sé, giusta il valore degli altri, cerca o di elevarsi sopra loro, o di abbassarli. Il secondo caso è proprio dell’invidia. Allora non si pensa che a trovar difetti negli altri; solo a questa condizione si regge al confronto, e si riesce superiori. Lo spirito di emulazione applicato non bene produce l’invidia. Quando volessimo persuadere alcuno che una cosa è fattibile, qui l’emulazione potrebbe giovare: come, puta caso, quando esigo da un fanciullo un certo compito e gli mostro che altri han potuto farlo.

A un fanciullo non va permesso di umiliare gli altri in qualsiasi modo. Conviene adoprarsi a soffocare ogni superbia fondata sui vantaggi della fortuna. Ma bisogna fondare in pari tempo la franchezza, cioè una modesta fiducia in sé medesimo. Essa mette l’uomo in grado di mostrare e far valere convenientemente tutte le sue belle qualità. La franchezza va distinta dall’arroganza che sta nel non curarsi affatto de’ giudizi altrui.

Tutti i desideri umani sono o formali (libertà e potere), o materiali (relativi ad un oggetto), cioè desideri d’opinione o di piacere; o, finalmente, risguardano la semplice durata di queste due cose, come elementi della felicità.

Son desideri della prima specie quelli degli onori, del potere e delle ricchezze. Appartengono alla seconda specie i desideri del piacere sessuale (voluttà), delle cose (benessere materiale) e della società (conversazione). Sono, infine, desideri della terza specie l’amore della vita, della salute, delle comodità (il desiderio d’essere scevro di cure nell’avvenire).

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I vizi sono quelli o di malignità, o di bassezza, o di grettezza d’animo. Alla prima specie appartengono la invidia, la ingratitudine e la gioia per la sventura altrui; alla seconda, la ingiustizia, la infedeltà (falsità), il disordine, vuoi nel dissipare le proprie sostanze, vuoi nel rovinarsi la salute (intemperanza) e la propria reputazione; alla terza specie, la durezza di cuore, l’avarizia e la infingardia (effeminatezza).

Le virtù sono o di puro merito, o di obbligazione stretta, o d’innocenza. La prima classe comprende la magnanimità (che consiste nel domare sé stesso, vuoi nella collera, vuoi nell’amore del benessere materiale e delle ricchezze), la beneficenza, il dominio sopra sé stesso. Spettano alla seconda classe l’onestà, la decenza e la dolcezza; alla terza infine, la buona fede, la modestia e la temperanza.

Si domanda: l’uomo è moralmente buono o cattivo per sua natura? Io rispondo: egli non è moralmente buono né cattivo, perché non è un essere morale per natura; e’ diviene morale quando innalza la sua ragione fino alle idee del dovere e della legge. Si può dir tuttavia che l’uomo racchiude in sé tendenze originarie per tutti i vizi, avendo inclinazioni ed istinti che lo spingono da una parte, mentre la sua ragione l’attira dalla parte opposta. Egli dunque potrebbe divenire moralmente buono solo in grazia della virtù, ossia d’una forza esercitata sopra sé stesso, quantunque possa rimanere innocente finché non si destano le sue passioni.

La maggior parte dei vizi derivano dallo stato di civiltà quando fa violenza alla natura; e ciò nondimeno la nostra destinazione come uomini è di uscire dal puro

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stato di natura dove non corre differenza tra noi e gli animali bruti. L’arte perfetta ritorna alla natura.

Nell’educazione tutto dipende da una cosa ed è: si stabiliscano dovunque buoni principii e si facciano comprender bene ed accettare dagli alunni. Questi debbono imparare a sostituire all’odio l’orrore di tutto quello che ripugna all’animo od è assurdo; il timore della propria coscienza a quello degli uomini e dei castighi divini; la stima di sé medesimi e la dignità interiore all’opinione altrui; il pregio intrinseco delle azioni al valore delle parole, e la condotta ai moti del cuore; l’intelligenza al sentimento; una pietà serena e di animo lieto a una devozione mesta, cupa e selvaggia.

Ma bisogna anzitutto preservare i giovani dal pericolo di stimar troppo i meriti della fortuna (merita fortunae).

Se togliamo ad esame l’educazione dei fanciulli nella sua attinenza colla religione, la prima questione da risolvere è questa: Si può inculcare per tempo ai fanciulli idee religiose? Ecco un punto di Pedagogia sul quale si è molto disputato. Le idee religiose suppongono sempre qualche Teologia. Ora, come insegnare una Teologia alla prima gioventù, che non conosce ancora il mondo, e neppure sé stessa? I giovinetti, che non hanno ancora la nozione del dovere, come potrebbero capire un dovere immediato verso Dio? Ciò che v’ha di certo si è, che se potesse avvenire che i fanciulli non fossero mai presenti ad alcun atto di venerazione verso l’Ente supremo, e non udissero mai pronunziare il nome di Dio, sarebbe allora conforme all’ordine delle cose d’attirare prima la loro attenzione sulle cause finali e su quello che si addice all’uomo,

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di esercitarvi il loro giudizio, d’istruirli sull’ordine e sulla bellezza de’ fini della natura, di aggiungervi poi una cognizione più estesa e perfetta del sistema dell’universo, e di venir così alla idea d’un Ente supremo, d’un legislatore. Ma siccome ciò non è possibile nello stato presente della società, come non può vietarsi che i fanciulli non odano pronunziare il nome di Dio e non siano presenti ad atti di devozione verso di Lui, se volessimo attendere per insegnar loro qualcosa intorno a Dio, ne deriverebbe nel loro animo o una grande indifferenza per la divinità o una idea falsa, come il timore della potenza divina. Ora, poiché bisogna evitare che questa idea metta radice nella imaginazione dei fanciulli, devosi cercare per tempo d’inculcar loro idee religiose. Il che, per altro, non vuol essere un mero esercizio di memoria, né una pura imitazione affettata, ma devesi al contrario seguir sempre la via naturale. I giovinetti, pur non avendo ancora l’idea astratta del dovere, dell’obbligazione, della condotta buona o cattiva, capiranno esservi una legge del dovere, e ch’essa non consiste nel piacere, nell’utile o in altri simili considerazioni che la determinano, ma in qualcosa di generale che non si fonda sui capricci umani. Bensì il maestro medesimo deve farsi questa idea.

Prima si deve tutto riferire a Dio nella natura, e attribuire ancor questa a Lui. Per esempio, si dimostrerà in primo luogo che tutto è disposto per la conservazione delle specie e per l’equilibrio loro, ma indirettamente anche per l’uomo affinché possa rendersi felice.

La miglior via per dare fin da principio un’idea chiara di Dio sarebbe questa: paragonare per analogia

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il concetto di Dio con quello d’un padre che abbia cura di noi tutti; si arriva così felicemente a concepire l’unità del genere umano come una sola famiglia.

In che, adunque, consiste la religione? La religione è la legge che risiede in noi stessi, in quanto riceve da un legislatore e da un giudice l’autorità che ha su noi; è la morale applicata alla cognizione di Dio. Se la religione non si unisce alla morale, essa altro non è che una maniera di sollecitare il favore celeste. I cantici, le preghiere, il frequentare le chiese, tutto ciò deve servire unicamente a dare all’uomo nuove forze ed un nuovo coraggio per diventare migliore; altro non deve essere che la pura espressione di un cuore animato dall’idea del dovere; tutto ciò è preparazione al bene, ma non costituisce il bene in sé. Non possiamo piacere all’Ente supremo se non diventando migliori.

Ai fanciulli conviene anzitutto insegnare la legge che hanno entro di loro. L’uomo è dispregevole agli stessi occhi suoi quando cade nel vizio. Questo disprezzo ha la sua ragione in sé, e non già nella considerazione che Dio ha proibito il male; imperocché non è necessario che il legislatore sia nel tempo stesso autore della legge. Così un principe può vietare il furto ne’ suoi Stati, e nondimeno egli potrebbe non essere l’autore della proibizione del furto. Quindi l’uomo riconosce che la sua buona condotta può solo renderlo degno della felicità. La legge divina deve nel tempo stesso apparire come una legge naturale, poiché non è arbitraria. La religione rientra dunque nella moralità.

Ma non bisogna cominciare dalla Teologia. La religione, che è fondata semplicemente sulla Teologia, non potrebbe contenere alcun che di morale. Essa non

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ispirerà altri sentimenti che il timore da una parte e la speranza del premio dall’altra; e quindi produrrà un culto superstizioso. La morale deve pertanto venir prima della Teologia. E così abbiamo la religione.

Dimandasi coscienza la legge considerata in noi. La coscienza è veramente l’applicazione delle nostre azioni a questa legge. I rimorsi della coscienza resteranno inefficaci, ove non li consideriamo come rappresentanti di Dio, il cui trono sublime è fuori e sopra di noi, ma che ha pure stabilito in noi un tribunale. D’altra parte, quando la religione non è accompagnata dalla coscienza morale resta inefficace. La religione senza la coscienza morale, come abbiamo detto, è un culto superstizioso. Si pretende servire Dio con lodarlo, per esempio, col celebrarne la potenza e la sapienza, senza curarsi di osservare le leggi divine, senza neppur conoscere e studiare la sapienza e potenza di Lui. Taluni cercano in quelle lodi una sorta di narcotico per la loro coscienza, o una sorta di cuscino sul quale sperano riposare tranquillamente.

I fanciulli non sono in grado di capire tutte le idee religiose, ma possiamo tuttavia inculcarne loro alcune; queste bensì debbono essere piuttosto negative che positive. È inutile di far recitare formule ai fanciulli; questo non può dar loro che un’idea falsa della pietà. La vera maniera d’onorare Dio sta nell’operare secondo la volontà di Lui : ecco è la massima che si deve inculcare ai fanciulli. Nell’interesse loro ed anche nostro, pongasi cura a che il nome di Dio non sia profanato così spesso. Infocarlo nei desideri e negli auguri, sia pure con intendimento pietoso, è una vera profanazione. Ogni qualvolta gli uomini pronunziano il nome di Dio,

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e’ dovrebbero essere tutti compresi di rispetto; dovrebbero pertanto farne uso di rado e mai leggermente. Il fanciullo deve imparare a riverire Dio, prima come signore della sua vita e dell’universo, poi come protettore degli uomini, e finalmente come loro giudice. Dicesi che Newton si raccogliesse un momento ogni qualvolta pronunziava il nome di Dio.

Unendo e rendendo chiare nella mente del fanciullo ad un tempo le nozioni di Dio e del dovere, gl’insegniamo a rispettar meglio le cure provvidenziali di Dio verso le sue creature, e lo preserviamo dalla tendenza alla distruzione ed alla crudeltà, che in tanti modi si compiace di tormentare i piccoli animali. Si dovrebbe nello stesso tempo istruire la gioventù a scoprire il bene nel male, mostrandole, per esempio, modelli di nettezza e di operosità negli animali di rapina e negli insetti. Essi fan ricordare agli uomini cattivi il rispetto della legge. Gli uccelli che danno la caccia ai vermi, sono i difensori de’ giardini; e così prosegui.

Bisogna pertanto inculcare ai fanciulli certe nozioni intorno all’Ente supremo, affinché quand’essi vedono gli altri pregare, sappiamo a chi e perché si fanno quelle preghiere. Ma poche hanno da essere tali nozioni e, come dicemmo qui sopra, puramente negative. Devesi cominciare ad imprimerle fin dalla prima età nella mente de’ giovani, ma insieme badare ch’essi non istimino gli uomini secondo la pratica della rispettiva religione; imperocché, non ostante la diversità dei culti religiosi, ritrovasi dovunque unità di religione.

Aggiungeremo, per concludere alcune osservazioni, rivolte particolarmente ai fanciulli ch’entrano nella

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giovinezza. A quest’età il giovane principia a fare certe distinzioni che non faceva prima. Viene in primo luogo la differenza dei sessi. La natura ha in qualche modo gettato là sopra il velo del segreto, come se là ci fosse qualcosa di meno decente per l’uomo e che per lui fosse un mero bisogno della vita animale. Essa ha cercato d’unirlo con ogni sorta di moralità possibile. Gli stessi popoli selvaggi conservano su questo punto una specie di pudore e di ritegno. I fanciulli curiosi fanno talvolta dimande su questa materia alle persone adulte; per esempio: Donde nascono i bambini? Ma possiamo contentarli facilmente, o dando risposte insignificanti, o dicendo loro che la dimanda è proprio da bambini.

Meccanico è lo svolgimento di queste tendenze nel giovinetto; e, come in tutti gl’istinti che dispiegansi in lui, non ha bisogno di conoscerne prima l’oggetto. E dunque impossibile di mantener qui il giovinetto nella ignoranza e nella innocenza che l’accompagna. Il silenzio non fa che aggravare il male. Una prova ci è fornita dall’educazione dei nostri antenati. In quella dell’età nostra, si ammette giustamente che di queste cose bisogna parlare al giovinetto senz’ambagi, in modo chiaro e preciso. Per fermo si tocca un tasto delicato, poiché non se ne fa volentieri soggetto di conversazione pubblica. Ma tutto sarà ben fatto se gli parliamo di ciò in modo serio e conveniente, e se penetriamo nelle sue inclinazioni.

L’età dei 13 o dei 14 anni è quella ordinariamente in cui la tendenza per il sesso dispiegasi ne’ giovinetti (se avviene prima, vuol dire che i fanciulli sono stati corrotti e perduti da cattivi esempi). A quell’età il giudizio loro si è già formato, e la natura l’ha

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provvidamente preparato affinché possiamo allora discorrere di tal soggetto con essi.

Non v’è cosa che tanto fiacchi lo spirito e il corpo quanto la specie di voluttà che l’uomo consuma sopra sé stesso; non occorre dire ch’essa è contraria alla natura umana. E quindi non si deve più tener celata al giovinetto. Bisogna mostrargliela in tutto l’orrore suo, e dirgli che si rende così disadatto alla propagazione della specie, che rovina le sue forze fisiche, che si prepara una vecchiaia precoce, che consuma il suo spirito, e va dicendo.

Per fuggire le tentazioni di questo genere bisogna stare occupati sempre e non concedere al letto ed al sonno altre ore che le necessarie. A questo modo si caccerà via dalla mente i pensieri cattivi; poiché, sebbene l’oggetto esista nella pura imaginazione, usa ancora la forza vitale. Quando la inclinazione si porta sull’altro sesso, almeno s’incontra sempre qualche resistenza; ma quando è rivolta sopra l’individuo stesso, può ad ogni momento essere appagata. Rovinoso è l’effetto fisico; ma le conseguenze morali sono ancor più funeste. Qui si varcano i confini della natura, e la tendenza non è mai sazia, perché non trova mai alcuna soddisfazione reale. Rispetto ai giovani, alcuni maestri han posto la quistione: Può ad un giovane permettersi di formare unione con una persona di sesso diverso? Se bisogna scegliere uno di questi due partiti, il secondo è certamente migliore. Nel primo caso il giovane operebbe contro natura; ma nel secondo, no. La natura l’ha destinato a diventare uomo, e quindi anche a propagare la specie umana, appena è in grado di proteggere sé stesso; ma i bisogni, a’ quali deve necessariamente sottostare l’uomo nella società civile, non gli consentono

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di poter ancora allevare i suoi figli. Qui pertanto egli va contro l’ordine civile. Il miglior partito pel giovane, e questo è per lui anche un dovere, sta nell’attendere che sia in grado di unirsi regolarmente in matrimonio. Operando così, egli si mostrerà non solo uomo dabbene, sì anche buon cittadino.

Il giovine apprenda per tempo a dimostrare alla donna tutto il rispetto che le si deve, a meritarne la stima con lodevole operosità, ed a prepararsi così all’onore d’una felice unione.

La seconda differenza che il giovinetto, vicino oramai ad entrare nel mondo, comincia a porre è quella che risguarda la distinzione dei ceti e la disuguaglianza degli uomini. Finché resta fanciullo, non bisogna fargli notare questa differenza. Non gli si deve permettere di comandare ai domestici. S’egli osserva che i suoi genitori comandano ai domestici, gli si può sempre dire: Noi li manteniamo, e però essi ci obbediscono. I fanciulli ignorano del tutto questa differenza, se i genitori non ne porgono loro l’idea. Convien dimostrare al giovinetto come la disuguaglianza degli uomini sia un ordine di cose derivato dai vantaggi onde certi uomini hanno cercato di distinguersi dagli altri. La coscienza della eguaglianza degli uomini, nonostante la disuguaglianza civile, può essergli inspirata a poco a poco.

Fa mestieri di avvezzare il giovine a stimar sé giusta il proprio valore, e non secondo il valore altrui. La stima degli altri, in tutto ciò che non costituisce affatto il valore dell’uomo, è vanità. Bisogna, inoltre, insegnare al giovine a fare ogni cosa coscienziosamente, ed a porre ogni cura non tanto di parere, quanto di essere. Avvezzatelo a far sì che in ogni contingenza della vita,

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presa ch’egli abbia la sua risoluzione, questa non resti vana; meglio sarebbe di non venire in alcuna deliberazione, e di lasciar sospesa la cosa. Insegnategli la moderazione ne’ suoi rapporti col mondo e la pazienza nel lavoro: Sustine et abstine; insegnategli la temperanza ne’ piaceri. Quando l’uomo non desidera unicamente i piaceri, ma sa ancora essere paziente nel lavoro, diviene un membro utile della società e si preserva dalla noia.

Conviene pure istruire il giovine a mostrarsi festevole e di buon umore. La serenità dell’animo deriva naturalmente dalla coscienza tranquilla. Raccomandategli pertanto di conservare lo stesso temperamento. Con l’esercizio egli può arrivare a mostrarsi sempre di buonumore in società. — Abituatelo a considerare molte cose come doveri. Un’azione dev’essere preziosa, non perché si accorda colla mia inclinazione, ma perché nel farla io compio il mio dovere. — Bisogna educare il giovine all’amore verso gli altri e poi a tutti i sentimenti verso l’umanità. Nell’animo nostro v’ha qualcosa che vuole c’interessiamo di noi stessi, di coloro coi quali siamo cresciuti non che educati, e del bene universale. Va reso familiare questo interesse ai fanciulli perché riscaldi le anime loro. Essi debbono gioire del bene universale, quand’anche non torni a vantaggio della patria o di sé medesimi.

Conviene abituarli ad accordare una mediocre stima al godimento de’ piaceri nella vita. Così svanirà il timore puerile della morte. Occorre dimostrare ai giovani che il piacere non fa conseguire ciò che promette.

Bisogna, per ultimo, fermare la loro attenzione sulla necessità di rendersi conto ogni giorno della propria condotta, perché al termine della vita possano stimare debitamente il valore acquistato.