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II
DOTTRINA TRASCENDENTALE DEL METODO

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Indice

Appendice alla dialettica trascendentale dell’uso regolativo delle idee di ragione pura

Dell’ultimo scopo della dialettica naturale dell’umana ragione

PARTE SECONDA

Metodologia

Introduzione

Della dottrina trascendentale del metodo

Cap. I – Disciplina della ragione pura

Sezione I – Della disciplina della ragione pura nell’uso dogmatico

1. Delle definizioni

2. Degli assiomi

3. Delle dimostrazioni

Sezione II – Della disciplina della ragione pura, rispetto al di lei uso polemico

CAPO PRIMO
DISCIPLINA DELLA RAGIONE PURA

137

I giudizi negativi, che sono tali non solamente rispetto alla forma logica, ma sì eziandio nel contenuto, 

138

non godono di veruna riputazione speciale nello appagare la umana vaghezza di sapere. Che anzi ei si risguardano quasi come invidiosi nemici della tendenza, che imperiosa ne spinge incessantemente ad allargare le nostre cognizioni: e vi è, sarei per dire, bisogno d’apologia, perché vengano tollerati; molto più poi ove trattisi di conciliar loro stina e favore.

Vero bensì che logicamente si possono esprimere in modo negativo quante mai si vogliono proposizioni: solché, risguardo alla materia del nostro sapere in generale ed in quanto al decidere, se la si amplifichi o circoscriva e restringa, la mercé di un giudizio, è incombenza particolare dei giudizi negativi quella di semplicemente impedire l’errore. Quindi è che, destinate, quali sono, le proposizioni negative ad allontanare o non permettere nozioni erronee, se 

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usate sieno dove non può esservi errore, le sono verissime, non v’ha dubbio, ma inutili e vuote; voglio dire, che desse non corrispondono punto allo scopo loro e che appunto per ciò finiscono sovente con muovere a riso. Ne avete un esempio nella sentenza di quel retore, allorché diceva, che, senza eserciti, non avrebbe Alessandro conquistato alcun paese.

Quando assai ristretti sono, in vece, i cancelli di quanto possiamo sapere ed è grande l’eccitamento, cui abbiamo a giudicare, e molto ingannevole il prestigio, che vi ha luogo, e gravissimo il danno, che dall’errore proviene, allora l’ammaestramento, cui riceviamo dal negativo, quantunque non giovi che a guarentirci dagli errori, è però di assai maggiore importanza che nol sono parecchie istruzioni positive, destinate ad aumentare il nostro sapere. 

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Chiamasi disciplina quella coazione, per la quale viene circoscritta e finalmente, a lungo andare, distrutta la costante propensione a declinare da certe regole. Tal disciplina si distingue dalla coltura; poiché destinata questa unicamente a procacciare una certa qual disposizione (od abitudine) senza, in compenso, rimuoverne una qualche altra delle già esistenti. A formare pertanto (in via d’educazione) una capacità, cui fosse già di per sé inerente la propensione a manifestarsi, quanto contribuisce la disciplina è negativo(1); ed è positivo ciò, che vi somministra la dottrina.

(1) So benissimo essere stile, nel linguaggio delle scuole, quello di usare la parola disciplina; quasi che sinonimo d’istruzione. Vi sono però altri casi, ne’ quali si pone ogni cura onde scernere, in quel primo vocabolo, il senso di correzione dal senso di

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Che il temperamento (la disposizione naturale) e così pure le attitudini (per l’immaginativa ed il genio), come tali che di sì buon grado si permettono movimenti liberi ed illimitati, abbiano, sotto più di un rapporto, mestieri di una disciplina, credo sarà per convenirne leggiermente chicchessia. Che però ne abbia d’uopo la stessa ragione, alla quale propriamente spetta il prescrivere la disciplina competente a qualunque altra inclinazione, ciò sembrerà, per avventura, men vero che strano. E, nel fatto, la ragione si è perciò appunto sottratta mai sempre a questa specie d’umiliazione 

addottrinamento. In grazia della quale differenza, la stessa natura delle cose ne impone di unicamente conservare l’espressioni che meglio vi si addicono; il perché bramerei, che non fosse permesso di usare la detta voce in altra mai significazione che negativa.

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ché, all’aspetto magnifico ed autorevole, con che suol essa presentarsi, non è mai chi si attentasse così di leggieri a sospettarla capace né di giuochi e frivolezze d’immaginazione, in luogo di concetti, né di parole, in vece di cose.

Nell’adoperamento empirico non è mestieri di alcuna critica della ragione; poiché le di lei massime vi sono assoggettate al cimento perpetuo della pietra di paragone della sperienza. Così non vi è ugual bisogno neppure nelle matematiche; ove i concetti vogliono essere continuamente presentati nella visione pura in concreto; e vi si manifesta quindi all’istante quanto è privo di solida base od arbitrario. Ma quando non è la ragione contenuta entro carreggiata visibile né dalla visione pura, né dall’empirica, voglio dire, nel di lei uso trascendentale, per via di soli concetti, 

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stringe siffattamente, in tal caso, la necessità di una disciplina, che raffreni la di lei smania d’allargarsi al di là delle strette o dei cancelli della sperienza e la trattenga dal commettersi alla facile stravaganza od all’inganno, che tutta quanta la bisogna della filosofia della ragione pura ad altro non risguarda che a cotesto vantaggio negativo. La censura può così rimediare ai singoli errori, come la critica mette riparo alle cause dei medesimi. Dove però s’incontrauo, ed incontransi nella ragione pura, intieri sistemi d’illusioni e di chimere, opportunamente corrispondenti e combinate l’una coll’altra, non che ridotte insieme sotto principi comuni a tutte, ivi pare indispensabile un’affatto particolare, però negativa, legislazione, che dalla natura sì della ragione, sì degli oggetti appartegnenti al puro di lei 

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uso, cavi ed istituisca, sotto nome di disciplina, un quasi come sistema di precauzione o di cimento intrinseco: al qual sistema non valga resistere qualunque falsa o sofistica illusione; ma debba ciascuna di per sé tradirsi e manifestarsi al momento, non ostante le ragioni tutte, che sembrassero giustificarla.

Importa però notare, qualmente, in questa seconda parte principale della critica trascendentale, io non addirizzo al contenuto (alla materia) la disciplina della ragione pura, bensì unicamente al metodo del sapere, che dalla ragione pura emana; essendo quel primo argomento già esaurito nella dottrina elementare. È tanta però la somiglianza nell’uso della ragione, qualunque pur sia l’oggetto, su cui si esercitasse quest’uso, ed è tuttavia sì essenzialmente diverso da qualunque altro, in quanto esso dev’essere 

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trascendentale, che, a meno della negativamente ammonitrice istruzione di una disciplina, per ciò specialmente costituita, non è possibile schermirsi dagli errori, che debbono di necessità emergere da men che opportuna osservanza di simili metodi; che saranno altronde convenienti, non però in questo luogo, alla ragione. 

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