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Questo libriccino, che ebbe dapprima un grandissimo successo, è rimasto celebre, ma è pochissimo conosciuto. Tissot e Barni lo compresero nell’edizione che ognun d’essi diede delle opere complete di Kant; Gustavo Vogt, l’esimio professore di economia politica all’Accademia di Zurigo, il quale fu il primo presidente della Lega Internazionale della pace e della libertà, ne pubblicò nel 1867, a Berna, un’edizione tedesca; e questa è tutta la pubblicità ch’ebbe quest’opera ammirabile. Nessuno, dopo Jansen e Perroneau, editori della traduzione del 1796, la pubblicò in francese, separatamente dalle opere generali di Kant. Alla biblioteca del Louvre esisteva un esemplare di questa traduzione, ma esso perì nell’incendio del 1871, e dell’edizione Jansen e
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Perroneau non rimane forse che l’esemplare conservato a Parigi nella Biblioteca nazionale.
È facile rendersi conto del gran successo che accolse quell’opuscolo, e del profondo silenzio che si fece poi intorno ad esso.
Quando esso comparve nel 1795, rispondeva col suo titolo al pensiero generale. L’Europa era profondamente stanca della guerra. La Prussia che era stata l’ultima a sostenere la lotta impegnata dai re contro la Repubblica francese, era, dice uno de’ suoi storici, più esausta di uomini e di denaro di quel che lo fosse anche dopo Jena. La Repubblica francese restava vittoriosa, ma a prezzo di quali sacrifici e di quali lotte all’estero ed all’interno! I re battuti tacevano, i popoli schiacciati aspettavano. Si aveva sete di pace, ma il suolo era malfermo, e si aveva come un presentimento delle guerre spaventose che dovevano vedere i primi anni del secolo che stava per aprirsi. Queste due parole del titolo: Pace perpetua, radiavano dunque come una promessa; rinfrescavano l’animo; parlavano all’immaginazione. Si cercò in quelle cento pagine un rimedio contro la guerra, e come una ricetta di pace.
Ma Kant non è uno spacciatore di ricette, un creatore di utopie, un inventore di procedimenti politici; Kant non è nemmeno un puro filantropo, Kant è il più grande moralista che l’umanità abbia prodotto. Lo conduce alla pace la giustizia, ma alla pace colla libertà. Egli è venuto a compiere colla filosofia, l’opera sbozzata da Gentili e Grozio. Penetrato delle idee di Rousseau ch’egli illumina e feconda, ha condensato,
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correggendola, dandole la forza e la semplicità, la dottrina del secolo decimottavo. La sua opera fu transazione da un secolo all’altro, epilogo e prefazione, critica e insegnamento.
Quando la pace di Basilea, firmata il 5 ottobre 1795, pose fine alla lotta impegnata dalla seconda coalizione, Kant aveva allora terminato la sua Metafisica del diritto; egli aveva condensato nelle conclusioni di questo bel lavoro il frutto dell’osservazione quotidiana che faceva da quindici anni del dramma della rivoluzione. Egli ammirava la rivoluzione, l’amava, ne era penetrato. I suoi biografi raccontano che una sola volta, durante la sua lunga vita, i suoi vicini lo videro correre nella via, il giorno in cui la posta portava da Parigi a Königsberg, la Dichiarazione dei diritti.
Quando vide il trionfo della Repubblica e la disfatta dei re, comprese che la realizzazione de’ suoi principii faceva un gran passo; la sua speranza si voltò un momento verso la pratica, e nel centinaio di pagine dell’ammirabile opuscolo che pubblichiamo, egli depose, al tempo stesso che la critica radicale della vecchia monarchia, il seme della politica di pace, di giustizia e di libertà.
Per una fantasia tutta tedesca, prese per cornice la forma ironica di un protocollo diplomatico, imitando colla disposizione delle materie, colla moltiplicità delle divisioni: Articoli provvisori, Articoli definitivi, Supplemento, Appendice e perfino nello scherzo di un articolo segreto, le maniere imbarazzate, gli andamenti cauti che sembrano il metodo obbligato degli strumenti diplomatici.
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Ma senza parlare della moralità profonda che dettò gli articoli provvisori, quale nettezza, quale forza, quale precisione feconda negli articoli definitivi!
La Repubblica, di tutti i governi dichiarata il migliore per la pace, perché è il migliore per la libertà.
La formazione d’una federazione di popoli, indicata come l’unico mezzo di sostituire, con uno stabilimento giuridico, lo stato di pace allo stato di guerra. Repubblicana, naturalmente, questa federazione, imperocché come ammettere, dopo il principio posto nell’articolo 1, che una Federazione di popoli liberi possa avere per capo un imperatore o un re?
In questi due articoli e nei commenti luminosi da cui li fa seguire, Kant ha compreso ad un tempo la teoria e la pratica della politica, il principio e l’applicazione; si può dire, senza veruna esagerazione, che l’avvenire dei popoli è regolato da quelle duecento linee. Perocché, non alla pace dell’Europa soltanto mira il filosofo, ma alla pace universale; e logicamente, infatti, queste due idee sono legate, la vera pace deve essere universale e perpetua.
Questa breve analisi basta a far vedere che, all’epoca in cui comparve l’opuscolo, il senso profondo che esso contiene, non poteva nemmeno essere sospettato dal gran pubblico, e che non potendo comprenderlo, si doveva scansarlo come il sogno irrealizzabile d’una filantropia chimerica.
Un’altra causa di oscurità, è questa, che, preoccupato di raccogliere e legare le conseguenze della sua dottrina filosofica, Kant, pur affermando il vincolo che
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unisce la politica alla morale, aveva negletto di metterlo in rilievo nella prima edizione del Saggio. Sembra che egli stesso abbia veduto questa lacuna e siasi applicato a farla sparire, aggiungendo nella seconda edizione l’appendice, dove traccia tra il Politico morale e il Moralista politico, un parallelo che pare scritto jeri. Ma, non senza un certo sforzo le menti più applicate possono ritrovare e seguire la serie d’idee che conduce dal principio della morale: l’autonomia della persona umana, – alla sua conseguenza politica più lontana; lo stabilimento della pace colla costituzione di una Federazione repubblicana di popoli liberi.
Cerchiamo di ristabilire qui la serie di queste idee.
Ognuno di noi può constatare, colla riflessione e coll’osservazione di sé stesso, ch’egli ha conoscenza della successione e della diversità de’ suoi stati di coscienza.
Ognuno sa dunque, o può sapere, ch’egli ha sensazioni, istinti, bisogni, movimenti di passioni, e di più che è dotato di ragione, cioè po’ riconoscere dei principii, fare paragoni e giudizi, poi da questi giudizi trarre conclusioni.
Ognuno, infine, si sente un certo impero sulle sue idee, sui suoi istinti, sulle sue passioni, e allora si riconosce responsabile verso gli altri, di cui egli afferma la responsabilità.
Gli istinti, i bisogni, le passioni essendo sensibilmente i medesimi in tutti gli uomini, e la quantità delle cose necessarie al soddisfacimento di questi istinti, di questi bisogni, di queste passioni, essendo forzatamente limitata, dappertutto dove un uomo si trova in
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faccia ad un altro uomo, c’è concorrenza per la vita, guerra per conseguenza, o associazioni. Le forze fisiche, intellettuali, morali che posseggono questi uomini, che la fatalità mette in concorrenza, possono o dirigerle al loro muto sterminio, o combinarle nel loro comune interesse.
Che cosa consiglia loro la ragione?
Chi oserà, chi potrà rispondere che la ragione consiglia lo sterminio?
La ragione grida loro di associarsi!
Si associno dunque questi uomini!
Ma sotto quali condizioni?
La ragione si spieghi ancora, detti le clausole fondamentali del contratto.
La legge comune sarà fatta da tutti coloro che dovranno osservarla, o almeno da coloro ch’essi avranno incaricato di prepararla, e in tutti i casi, sarà compresa e liberamente consentita da tutti.
Prima condizione: la LIBERTÀ.
Ognuno di coloro che si saranno sottomessi a questa legge la obbedirà, tutti senza eccezione; ognuno dando la sua obbedienza, avrà la certezza che ogni altro socio obbedisce come lui. Nessun privilegio.
È la seconda condizione: l’EGUAGLIANZA.
Non basta. Associarsi è un darsi reciprocamente l’uno all’altro nei limiti e per i fini convenienti; è un obbligarsi ad un tempo a servirsi e a rispettarsi gli e gli altri. Ogni persona sarà dunque un fine, nessuna può né deve essere un mezzo. Nessuno sfruttamento dell’uomo per mezzo dell’uomo.
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Tale è la terza condizione: la FRATELLANZA.
Queste tre parole che contengono la ‘carta’ del Dovere e del Diritto, sono dunque insieme la formola della morale, la formola della politica, si può aggiungere, la formola dell’economia sociale.
Ecco perché la forma repubblicana è di tutte le forme di governo la migliore, perché è la sola il cui principio sia identico al principio della morale, la sola che possa risolvere il problema sociale, la sola legittima, a parlare rigorosamente.
Ma se tale è la base del diritto civile, del diritto pubblico nazionale, su qual principio, quando si passerà dalla sfera del diritto nazionale a quella del diritto internazionale, si faranno posare i diritti e i doveri dei popoli fra loro?
La risposta è facile: Di quali elementi si compone un popolo se non di persone umane? Che cosa sono i popoli, se non gruppi umani?
Dunque, la Ragione sempre presa per arbitra, quando i popoli vorranno lasciare la barbarie dello stato di guerra in cui sono ancora, e passare allo stato di pace e di associazione, questi popoli dovranno regolare le loro relazioni, i loro diritti e i loro doveri mutui sui medesimi principii, e la forma di associazione giuridica, il governo ch’essi istituiranno tra loro, non può essere che una Federazione repubblicana, i cui membri eserciteranno mutuamente e reciprocamente i diritti e i doveri di libertà, di eguaglianza e di fratellanza.
Così il principio della politica e dell’economia, e il diritto
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internazionale trovandosi fondato sulle stesse basi del diritto civile, quando le nazioni passeranno, per loro volontà, dallo stato di guerra allo stato giuridico, la pace sarà fondata sulla libertà, sull’eguaglianza, sulla fratellanza, o per dir tutto in una sola parola, sulla Giustizia.
Coloro che si prenderanno la pena di studiare il Saggio sulla pace perpetua e di paragonarlo, sia con la Metafisica dei costumi, sia con la Critica della Ragione pratica, sia con gli Elementi del Diritto, e che, fatto questo paragone, leggeranno con altrettanta cura l’eccellente libro del Renouvier, la Scienza della morale, vedranno chiaramente che il Saggio sulla pace perpetua contiene la midolla della dottrina di Kant, e che ristabilendo la serie delle idee del grande filosofo, noi non abbiamo nulla spezzato, nulla forzato, nulla introdotto.
Ma queste idee, nuovissime ancora per il pubblico europeo del 1880, non potevano essere comprese dal pubblico del 1796, e nulla è meno sorprendente dell’oblio nel quale il Saggio rimane ancora sepolto.
Usando del poco che sta in noi per renderne la conoscenza più popolare, dobbiamo dichiarare che non potremmo sottoscrivere ciecamente tutte le proposte che contiene. Non potremmo, per esempio, adottare senza riserva la specie di condanna con cui Kant colpisce la forma democratica. Il principio della divisione dei poteri ci sembra incontestabile, e la funzione legislativa, per esempio, ci pare non dovere mai essere esercitata dagli stessi uomini che esercitano la funzione esecutiva, che alla sua volta non deve confondersi colla
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funzione giudiziaria; la natura stessa dello spirito umano interdice divisione, ma esperienze recenti che si fanno e si moltiplicano ogni giorno, specialmente in parecchi cantoni della Svizzera, indicano che, giunto ad un certo grado di coltura politica, il popolo può benissimo esercitare direttamente, da sé stesso e definitivamente, la funzione legislativa, senza che i principi fondamentali della politica e della morale ne siano scossi.
Forse non si è mai notato che nel commento che fa seguire al secondo Articolo definitivo del Trattato di pace perpetua, Kant sembra un istante mirare due soluzioni del problema della pace.
La soluzione ch’egli preferisce, quella che prima colpisce il suo pensiero, è la costituzione di una Federazione di popoli, Civitas gentium. Ogni membro di questa federazione continuerebbe a formare uno Stato particolare, avente la sua autonomia, la sua Costituzione, il suo Potere Legislativo, il suo Potere Giudiziario, il suo Potere Esecutivo, insomma il suo Governo. Questi Stati particolari, però, costituirebbero e manterrebbero sopra loro uno Stato federale, la cui Legislatura, il Tribunale, il Consiglio esecutivo, avvolgerebbero e reggerebbero l’insieme formato dagli Stati.
È tale la Federazione che ordinariamente si concepisce quando si parla di costituire gli Stati Uniti di Europa, e se ne cerca il modello, sia negli Stati Uniti d’America, sia nella Confederazione Elvetica.
Si comprende facilmente come la formazione di una simile Federazione farebbe sparire fin la possibilità
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della guerra tra i popoli da cui sarebbe composta. Questi popoli, cessando di avere ciascuno il suo esercito, ciascuno la sua flotta, non conserverebbero altra forza disponibile fuori di quella che sarebbe necessaria per il servizio della loro polizia interna, la Forza vera, esercito e flotta, prendendo il carattere federale e assicurando la pace interna e la sicurezza esterna coll’azione del governo federale.
Ma è certo che quando si pensa a far entrare nei vincoli di una tale Federazione vecchie e forti nazioni abituate da secoli a non riconoscere alcuna legge esterna, penetrate fino alle midolle di orgoglio patriotico, costituite in maggior parte ancora in monarchie, che occupano grandi territori, che estendono il loro dominio su immense e numerose colonie, ci troviamo, anche teoricamente, in faccia a grandissime difficoltà.
E forse in presenza a queste difficoltà Kant sembra aver avuto un istante il concetto della pace: «Alleanza pacifica, foedus pacificum, che differisce dal Trattato di pace in ciò, che una tale alleanza terminerebbe per sempre tutte le guerre, mentre il trattato di pace non mette fine che ad una sola». Ma questa mente ferma e chiara non esita molto, ed egli stesso caratterizza quest’alleanza bastarda di «Supplemento negativo». Essa potrà, egli dice, sviare la guerra ed estendersi insensibilmente in modo da arrestare il torrente delle passioni inumane che la generano, ma si sarà sempre minacciati di vedere questa diga rompersi.
Senza abbandonare l’idea superiore della formazione
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di una Federazione di popoli liberi, la quale non cessò mai di essere a’ suoi occhi la sola e vera soluzione del problema; la Lega internazionale della pace e della libertà, fin dal 1872, indicò il mezzo pratico di preparare questa federazione. Essa propose, come transizione, la trattativa e la conclusione, tra due o parecchi popoli, di Trattati d’arbitrato permanente. La clausola essenziale di questi trattati sarebbe una disposizione analoga alla seguente:
«Per trenta anni, a partire da oggi, le parti contraenti rinunciano ad usare una verso l’altra alcun mezzo di guerra; esse si obbligano, al contrario, a sottomettere tutte le differenze che potranno di un tribunale arbitrale, nominato e sedente conforme la procedura stabilita qui appresso».
Una tale convenzione non sarebbe nemmeno un Trattato di alleanza offensiva né difensiva; essa lascia assolutamente intatte l’indipendenza, l’autonomia, la sovranità delle parti. Essa non le obbliga a nessun armamento, nemmeno a nessun disarmo; non impone loro alcun altro impegno che di far risolvere per via di arbitrato le difficoltà che potrebbero nascere tra i due popoli nella durata del trattato!
Ma quanto guadagnerebbe la causa della pace e della libertà colla conclusione di simili trattati!
Negoziati dapprima, naturalmente, tra i popoli che in questo momento avvicina di più la conformità delle vedute, degli interessi e dei sentimenti, essi attirerebbero di vicino aderenti o imitatori. Ci abitueremmo
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alle dolcezze, ai vantaggi della pace. Si formerebbero costumi internazionali nuovi. Sparirebbero i vecchi pregiudizi nazionali. Cambierebbe il punto d’onore. I popoli riconoscerebbero che la vera dignità sta nell’obbedire volontariamente alla giustizia è nello stabilire di concerto una legislazione esterna, che costituisca un diritto internazionale positivo.
Quando questo progresso sarà fatto, gli Stati Uniti di Europa saranno vicini perché saranno compresi e voluti.
In nessuna parte, nel Saggio, se non forse nel passaggio in cui l’autore fonda il diritto cosmopolitico sul “possesso comune della superficie della terra, la cui forma sferica obbliga gli uomini a sopportarsi gli uni accanto agli altri, perché non potrebbero disperdervisi all’infinito, e perché originariamente l’uno non ha più dell’altro il diritto ad una contrada determinata” in nessuna parte Kant tocca ciò che noi oggi chiamiamo la questione sociale; questo silenzio si spiega. Quando egli scriveva il Saggio, i grandi socialisti, Saint-Simon, Fourier, Owen, non erano apparsi, e il proletariato propriamente detto non esisteva. La Francia aveva appena dato il segnale della distruzione politica e sociale dell’ordinamento feudale; l’antagonismo non si era ancora dichiarato tra il capitale e il lavoro, il regime della concorrenza non aveva ancora funzionato largamente; c’erano poveri, miserabili, sfruttati, non c’erano ancora proletari. Perché il proletariato comparisse, perché la questione sociale nascesse, bisognava
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che la libertà del lavoro avesse dato il pieno slancio al commercio, alla scienza, all’industria, ma a meno che le parole di libertà, eguaglianza, fratellanza, giustizia, non rappresentino vane sillabe, è evidente che il problema politico e il problema sociale sono compresi nel problema morale. Figurarsi che la questione sociale può risolversi colla forza brutale, è un negare la giustizia in nome della quale si ha la pretesa di agire; è un lavorare contro il proprio principio. Kant ha risolto la questione sociale senza averla posta.
Così la Lega, fin dalla sua nascita, mise sullo stesso piano la questione politica e la questione sociale, e dichiarò ch’esse dovevano trattarsi e risolversi con gli stessi principii. Nessuna evoluzione economica senza una evoluzione correlativa della morale, il cui principio, già ricordato, è che ogni persona umana deve, dappertutto e sempre, essere considerata come un fine, mai come un mezzo.
Aggiungeremo che da dodici anni ch’essa esiste, la Lega internazionale della pace e della libertà, senza giurare sulla fede del maestro, si sforzò costantemente nelle sue conferenze, ne’ suoi opuscoli e nel suo giornale Gli Stati Uniti d’Europa, di svolgere praticamente, con un commento perpetuo, tratto dal cammino stesso degli avvenimenti, l’ammirabile insegnamento contenuto nel Saggio, insegnamento che non è del resto che la dottrina stessa della Rivoluzione.
Nel 1867 a Ginevra, nel 1868 a Berna, la Lega ne richiamava vagamente i principi più generali, e riprendeva da Cattaneo e da Victor Hugo questa bella formola: Gli Stati Uniti d’Europa.
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Nel 1869 a Losanna, essa precisava le condizioni della formazione d’una Federazione europea.
Due anni più tardi, ancora a Losanna, dopo la guerra franco-germanica, dopo il Comune e la guerra civile francese, la Lega dimostrava, coll’applicazione che ne faceva alla spiegazione e al giudizio dei terribili avvenimenti che erano allora allora accaduti, l’evidenza, la forza, la potenza generatrice e conservatrice di questi principi. Essa affermava che l’autonomia, cioè la piena libertà della persona, è il principio fondamentale della morale, della politica, e dell’economia sociale.
A Lugano nel 1872, la Lega concludeva all’abolizione della pena di morte, per una ragione tratta dagli stessi principii, e che non avevano data i soliti avversari di questa pena: cioè che il diritto di punire si arresta al limite del diritto di difesa.
Finalmente, dopo avere a Ginevra, nel 1873 e nel 1874, stabilito le basi del diritto internazionale, dato la formola di un trattato di arbitrato permanente, la cui conclusione, quand’anche non fosse consentita che da due popoli, sarebbe un primo passo considerevole verso una istituzione giuridica europea, la Lega non ha poi lasciato passare verun fatto sociale o politico di qualche importanza, senza sottometterlo a questo criterium supremo: il GIUSTO.
Montpinier, 6 maggio 1880.