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DEL GHIACCIO

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Indice

XII. Le cose notabili del mar Glaciale

Del ghiaccio

Del legno fluttuante

De' tesori del mare Glaciale

XIII. Il mare Glaciale meridionale

XIV. Il mare Atlantico

XV. Il mare delle Indie

XVI. Il mare del sud

Ghiaccio a strati; ghiaccio fluttuante; formazione del ghiaccio; ec.

|1|

Le isole nuotanti di ghiaccio, che importano delle miglia di grandezza, che si innalzano come torri, e che spesso in un momento e come per un colpo magico, rinchiudono da tutte le parti gli audaci navigatori che si avvicinano al polo. Queste isole, che spaventano anche il più coraggioso, che fanno sentire all’uomo più ardito la sua impotenza e picciolezza, obbligano ad ammirarle e stupire anche colui che per mezzo di notizie raccolte si è preparato al loro aspetto, alla loro forma e grandezza, alla loro nascita ed all’effetto, e che ha riempiuto quindi la sua fantasia di quadri su tali oggetti; quest’isole, dico, par che richedano, che dirigiamo prima la nostra attenzione verso di esse, e verso questo cangiamento in generale; giacché né il ghiaccio fluttuante né quello a strati né il duro, compatto e trasparente né il fragile spungoso e sfogliato vi sono condotti dai fiumi, ma effettivamente nel mare stesso.

|2|

Avvicinandosi la stagione d’inverno i fiumi sono presto coperti di ghiaccio, e sotto uno strato di esso, della grossezza di un braccio incirca, portasi la corrente continuamente verso il mare. Cessando poi il freddo, questa corrente consuma il ghiaccio; e quando questo è diventato più sottile lo rompe e lo conduce nel mare. In conseguenza tutto il ghiaccio ch’entra ne’ mari del Nord per mezzo de’ fiumi dell’Asia e dell’America settentrionale, dev’essere troppo insignificante a paragone di quello che si trova in fatto sotto i poli. Se questo ghiaccio fosse condotto nel mar Glaciale solamente dai fiumi, non si potrebbe spiegare, perché tiene sempre la direzione dai poli verso l’equatore, e le regioni più calde, perché s’innalza di più nella vicinanza del polo, che nelle latitudini meno alte intorno alle coste ed ai fiumi e non si potrebbe spiegare donde viene il ghiaccio sotto il polo antartico, ove forse non sussiste alcuna terra ferma dotata di vegetazione, e che abbia de’ fiumi.

|3|

Le ragioni principali perché si è creduto che il ghiaccio nasca dai fiumi sono forse le seguenti: 1. che tutto il ghiaccio del mare dà dell’acqua dolce, di modo che i navigatori ne raccogliono de’ pezzi che possono prendere comodamente nel battello, li lasciano liquefare, e poi se ne servono come dell’acqua fresca: 2. che il ghiaccio del mare è sempre puro, chiaro e trasparente come il cristallo, e dà dell’acqua affatto pura, mentre al contrario l’acqua del mare è impura: 3. che oltre di ciò si è osservato, che ogni acqua impura gela più difficilmente, particolarmente quando è in un movimento continuo, il quale non permette che il gelo si possa attaccare a qualche luogo. Queste ragioni inoltre sono avvalorate dal non trovarsi mai gelato il mare fra Spitzbergen e la Nuova Zembla, per cui essendosi trovato del ghiaccio verso i poli, deve provenire dalla terra che si trova in que’ contorni, sulle di cui coste formasi il ghiaccio suddetto.

|4|

Però contro tali ragioni prima di tutto ci dimostra l’esperienza, che l’acqua del mare, malgrado la sua impurità e salsedine, possa veramente gelarsi, siccome abbiamo veduto accadere nel mare Baltico, nel Sund ecc.; e finanche nel mar Nero, e nel Mediterraneo. La Baia di Hudson, allora quando il capitano James dovette passare l’inverno sull’isola Charles, gelò interamente alla metà del mese di dicembre del 1631. Volendo riguardare questi fatti come semplici accumulamenti di ghiaccio condottovi dai fiumi, dobbiamo rammentarci solamente quello che a bella posta è stato accennato di sopra, parlando dei viaggi dei Russi nel mare del Nord, cioè che nel 1650 fra il 30 e il 31 di agosto gelò il mare, che al 1 di settembre il ghiaccio divenne già spesso di un mezzo palmo, e che rotto e trasportato indi dalla burrasca sopra una latitudine più alta, gelò nuovamente nella notte del 6 di settembre in tempo di calma, e poi accrebbe in modo che al terzo giorno giunse alla grossezza di un mezzo braccio. Inoltre il medesimo fenomeno osservò anche prima Guglielmo Barenz nel 1596 presso la nuova Zembla, cioè nella notte del 16 di settembre il mare gelò per la grossezza di due dita, e la giornata seguente s’accrebbe al doppio(1). Il caso seguente anche conferma la cosa stessa. Adanson riempì due fiaschi di acqua marina in due differenti siti del mare, coll’intenzione di esperimentare esattamente e con maggior comodo il grado della sua salsedine; ma sulla strada di Brest a Parigi scoppiarono questi due fiaschi, poiché l’acqua vi si era in gran parte congelata dentro, ed in tale circostanza quella che restò fluida ne sortì, ed il ghiaccio rimasto nei fiaschi diede dell’acqua dolce(2). A ciò si aggiunge, che Eduardo Nairne durante il rigido inverno del 1776, avendo fatto a Londra un esperimento coll’acqua del mare, ricevette egualmente da essa un pezzo di ghiaccio assai duro, lungo tre pollici e grosso due, il quale dopo averlo lavato nell’acqua comune, affine di particelle esterne dell’acqua marina, senza cagionare per questo il minimo cangiamento nella sua costruzione interna, diede, liquefacendosi, un’acqua pura e dolce, e specificamente più leggiera della mistura di acqua piovana, e di neve; anzi riguardo alla leggerezza si avvicinò molto all’acqua distillata.

(1) Ved. Adelung Geschichte der Schiffahrtenu und Versuche zur Entdeckung des nordostlichen Weges nach Japan und China. [Adelung 1768]

(2) Ved. Adanson voyage au Senegal. Paris 1757. pag. 190.  [Adanson 1759]

|5|

Queste esperienze distruggono benanche l'obiezione principale fatta contro il gelarsi del mare, cioè che il ghiaccio il quale vi si trova, dia sempre dell’acqua dolce. I fatti suddetti dimostrano, che in realtà il ghiaccio proveniente dal gelarsi dell’acqua marina dà sempre dell’acqua dolce, e che la congelazione della suddetta acqua di mare la spoglia d’ogni parte eterogenea, d’ogni sporchizia, e particolarmente del sale che conteneva come sua parte essenziale. Una tal cosa vien anche vieppiù confermata da quanto si pratica nelle regioni settentrionali per trarre il sale dal mare, il quale in que’ climi non è tanto salato come nelle regioni più calde. Ivi, sebbene non si manchi di legna, si pone a profitto il freddo per ottenere un’acqua salsa più concentrata. A tal fine la fanno gelare in vasi grandi, poi ne levano il ghiaccio che gettano via, e lasciano svaporare finalmente il residuo sul fuoco, talché presto comincia il sale a cristallizzarsi. Con tale operazione gela solamente l’acqua così detta selvaggia, cioè superflua, e del sale nulla perdendosene, il residuo dell’acqua ne resta molto più saturato, e quindi può essere svaporato più facilmente, e reca maggior utile. Gli esperimenti alostatici di Wilkens hanno egualmente messo fuori di dubbio, che il mare del Nord, sebbene in generale non sia molto salato, pure vicino alla terra nel porto di Landskrone contiene molto sale, mentre quivi l’acqua del porto gela nell’inverno sino al fondo, e vi depone necessariamente un precipitato di sale, il quale rende salato il mare anche in tempo d’estate. Presso Tornea, ed in altre parti settentrionali osservasi il medesimo fenomeno. Intorno all’Islanda si è trovato il mare molto più salato, che intorno alle coste dell’Irlanda.

|6|

Se quindi Kranz(1) fa una distinzione fra il ghiaccio piatto e l’accumulato, cioè, che il ghiaccio piatto sia salato perché nasce dall’acqua marina, ed il ghiaccio accumulato sia dolce perché vi sia stato condotto dai fiumi, è forse da supporsi che, osservando egli questo fenomeno, abbia commesso un qualche errore prodotto dall’apparenza, il quale forse resterà posto in chiaro, e sarà dissipato da quanto qui appresso si dirà.

(1) Ved. Kranz Geschichte von Groenland, Barby 1765 tom. 4 pag. 31.  [Cranz 1765]

|7|

Volendo finalmente sostenere, che per formarsi il ghiaccio nel mare vi sia bisogno di un punto d’appoggio, ove debba attaccarsi nel suo principio, si potrebbe pure ammettere una tale proposizione, senza perciò spiegare l’esistenza del ghiaccio ne’ mari glaciali come un prodotto del mare stesso. Ma non possiamo dedurlo dai fiumi di una terra polare, i quali in quella regione non possono affatto sussistere, poiché il suolo deve essere gelato, e perciò privo di sorgenti. Forse sussiste su ambedue i poli una terra gelata nella profondità di cento piedi e più, la quale da lungo tempo trovasi innalzata sul mare; giacché l’acqua verso il polo diventa per tutto sì bassa, che probabilmente ivi e soprastata da pianure più o meno considerabili, ed in queste pianure il ghiaccio troverebbe sufficiente appoggio, se ne avesse bisogno. Ma veramente non v’ha d’uopo tal punto fisso perché il ghiaccio si formi.

|8|

Qualunque acqua, pura o mista di sale o d’altre parti eterogenee disciolte, essendo esposta al gelo, è finalmente cangiata in ghiaccio. Questo però in principio della sua formazione varia di natura a seconda delle particelle eterogenee che l’acqua in sé contiene disciolte.

|9|

L’acqua affatto pura; essendo esposta al gelo, in principio si cristalizza in fili di ghiaccio, che poi si dilatano in forma di piattelle rotonde, e si uniscono nel modo più regolare, finché resta coperta interamente con una crosta di ghiaccio compatto e duro, ma ciò non ostante chiaro e trasparente. In questo ghiaccio si osservano delle bollicelle d’aria di varia grandezza, le quali si aumentano e si affollano alla parte inferiore del ghiaccio, ove tocca l’acqua. Tale circostanza ci dimostra, che mentre l’acqua gelasi, l’aria si separa da essa; il che vien confermato ancora dall’esperienza che avrà fatta chiunque abita vicino ai fiumi ed ai laghi, i quali gelano in tempo d’inverno; cioè che la coperta di ghiaccio si spacca sovente da un lato all’altro con un grande scoppio, mentre l’aria separata dall’acqua, e condensata per mezzo del ghiaccio, si procura una violente sortita.

|10|

Se l’acqua però è mescolata con altre parti eterogenee in essa disciolte, come con sale, birra, vino, latte ecc., essa gelerà più tardi che l’acqua pura, ed il ghiaccio che ne nascerà sarà fungoso, fragile, opaco, ed alquanto ripieno di quelle parti eterogenee, che l’acqua contiene in dissoluzione: egli pertanto ne conterrà sempre in proporzione minor quantità di quella, che ne contiene l’acqua stessa prima di gelare. Continuando il freddo, ed essendo esso bastantemente forte, allora il ghiaccio diventa duro, trasparente, e tanto puro e chiaro, quanto il ghiaccio dell’acqua più limpida. La massa, nella quale al primo momento del gelarsi è cambiata l’acqua mista a materie eterogenee in essa disciolte, è sicuramente un pezzo di ghiaccio duro quando arriva a far scoppiare il vaso dove è contenuto. Disciogliendo questo ghiaccio, lo troveremo senza sapore, chiaro e quasi interamente privo di parti eterogenee. Anche il ghiaccio duro dello stagno più sporco dà un acqua sufficientemente netta. Da ciò vedesi quindi, che nel gelare, non solamente l’aria, ma benanche qualunque materia eterogenea, se non interamente, almeno per la maggior parte si separa dall’acqua. 

|11|

Tutto il ghiaccio, avendo coperto la superficie dell’acqua, diventa sempre più duro, quando il freddo continua, e s’accresce incessantemente il suo volume dalla parte inferiore. Quindi il ghiaccio sottoposto, come nato più tardi, è ancora non totalmente indurito, e poco trasparente.

|12|

Non è però sempre necessario che il ghiaccio si formi sulla superficie dell’acqua, benché questo fenomeno quasi sempre accada in tal modo nell’acqua tranquilla e limpida, giacché la superficie di questa è più pura, e si opera sopra di essa con maggior facilità la separazione dell’aria necessaria per la formazione del ghiaccio, talché gelando prima la superficie, si cristallizzano i piccoli raggi e fogli di ghiaccio; e siccome continuano a gelare dalla superficie verso il fondo, così con tale progressione cresce sempre più il ghiaccio stesso.

|13|

Ne’ fiumi, e nelle acque fortemente agitate, e particolarmente nel mare, pare che debba farsi l’operazione opposta, poiché quivi le circostanze esterne sono affatto contrarie. In fatti in un fiume l’acqua superiore non è più pura, ma spesse volte è anzi più sporca a cagione della quantità delle materie che nuotano in essa. Inoltre il movimento dell’acqua sulla superficie di un fiume può essere anche maggiore di quello sul fondo, cosa che sempre avviene nel filone, cioè nella linea della massima corrente. Quivi deve dunque il ghiaccio nascere dalla parte inferiore, e l’esperienza ci fa vedere che così effettivamente avviene.

|14|

Il freddo essendo cresciuto considerabilmente sopra il punto di congelazione, ed essendo l’acqua ferma e limpida, per esempio di uno stagno, coperta con una crosta di ghiaccio, allora vediamo dapprima nuotare sui fiumi tavolette isolate di un ghiaccio spungoso ed opaco, ripieno di terra e di altre sporchizie, il quale essendosi generalmente, osservato che non si forma sulla superficie dell’acqua, ma che, sorge dal fondo, è chiamato ghiaccio del fondo (grundeis). Questo ghiaccio comparisce prima in que’ siti ove il fiume ha la minore profondità, o non mai nel filone della corrente, poiché in questo l’acqua si raffredda più tardi, e non può anche riposarsi a cagione del forte movimento, le quali circostanze hanno luogo solo sui bassi fondi del fiume, ove verso l’una o l’altra sponda il corso dell’acqua è più lento.

|15|

In questi soli siti dunque, in tempo di gran freddo, quando la parte inferiore dell’acqua è raffreddata sino al grado di congelazione, (il quale per l’acqua marina è il  28° del termometro di Fahrenheit) vi nascono quelle tavolette di ghiaccio, e montano sulla superficie. Per ben convincerci di questo basta far attenzione ai buchi tagliati nel ghiaccio dai pescatori, i quali per lo più si fanno sopra tali bassi fondi. Poco dopo avervi tagliato il buco, vediamo in esso venire dal fondo un pezzo di ghiaccio,  il quale presto s’ingrandisce, poi s’innalza, e finalmente riempie il buco in poco tempo,  e lo chiude se tale operazione non venga interrotta.

|16|

Questo ghiaccio del fondo, nato in tal modo, a poco a poco si aumenta, i suoi pezzi diventano più grandi, più fra loro vicini, più compatti, e spingendosi tra loro s’incastrano vicendevolmente, montano l’una sull’altro, gelano insieme, e formano sopra l’intero fiume, o secondo che il suo corso è rapido o lento, una crosta scabrosa ripiena di notabili protuberanze, o come sul nostro Pregel, una crosta piana e liscia di ghiaccio, che in principio è bianchiccio e trasparente, ma poi, crescendo il freddo, diventa chiaro e duro come un cristallo.

|17|

Ciò accade in tutt’i fiumi, eccettuato nell’alto Nord, ove questo cangiamento è qualche volta molto accelerato, essendovi esempi, che per un freddo rigorosissimo la Newa, ed ancora più i fiumi della Siberia, si rappigliano in una notte come una specie di pasta, e vengono riempiuti di ghiaccio di fondo, il quale rapidamente s’indurisce(1). Gli stagni che contengono dell’acqua impura, ed i nostri Haff gelano nell’istesso modo, colla differenza però che, come abbiamo già detto, le tavolette di ghiaccio montano sempre immediatamente sulla superficie, ed essendone questa coperta, e crescendo il freddo, s’ingrandiscono dalla parte inferiore, e s’induriscono.

(1) Sam. Ge. Gmelin Reise durch Russland zur Untersuchung der drey Naturreiche. [Gmelin 1770]

|18|

Che questo medesimo fenomeno accada ancora sul mare chiaramente apparisce dall’essersi veduti gli alti monti di ghiaccio incontrati dai navigatori circondati sempre da pezzi minori di ghiaccio duro, i quali si potevano prendere nel battello, farli liquefare, e trarne un’acqua fresca potabile; e dall’essersi trovato che intorno a questi pezzi eravi attaccato un ghiaccio molle e spungoso, il quale liquefatto dava piuttosto un acqua salata. Forster è d’opinione che il ghiaccio, cioè il vero ghiaccio di fondo, il quale circonda i campi di ghiaccio, sia già stato traforato dall’acqua, ed a metà disciolto; ma egli si sarebbe persuaso, che questo sia un ghiaccio nascente, se avesse riflettuto, che questo ghiaccio, dopo essere, che per molto tempo, stato esposto sulla coperta della nave per farne sgocciolare tutta l’acqua del mare, conteneva ciò non ostante l’acqua salata fino all’ultimo pezzetto(1).

(1) Forster Bemerkungen uber Gegenstaende der physischen Erdbescreibung p. 60 e 61. [Forster 1783]

(2) Egli ha descritti i suoi esperimenti in Barington’s second supplement to the probabilites of reaching the Nordpale p. 121-142. [Higgins 1776]

|19|

Devesi qui far menzione dell’esperimento fatto dal dottor Higgins nel 1776 a Londra, il quale esperimento pare che s’opponga direttamente, ed in ciascuna parte essenziale, a quello già qui sopra riportato, fatto colla massima cura dal valente Edoardo Nairne(1). Higgins ricevette solamente de’ foglietti sottili di ghiaccio, i quali assai debolmente erano attaccati l’uno all’altro (erano essi ghiaccio di fondo): egli trasse subito questi foglietti fuori del vaso, nel quale aveva esposta l’acqua marina al gelo, ed in tal guisa continuò, fino a che la restante acqua salmastra concentrata cominciò a rappigliarsi in cristalli di sale comune. In un altro vaso restò in ultimo un ghiaccio un poco più grosso e compatto, il quale non fu chiaro, ma diede dell’acqua. In questo esperimento stimabile, benché non si provi affatto ciò che ne conclude il sig. Higgins, comparisce chiaramente come nasce il ghiaccio del mare. I foglietti sottili, non trasparenti, ed attaccati debolmente l’uno all’altro, erano il primo ghiaccio di fondo, il quale, siccome appena allora si rappigliava, non era ancora purificato, e quindi non poteva avere consistenza, né essere trasparente, e privo del gusto dell’acqua marina. Siccome Higgins, ogni qual volta si mostrarono questi foglietti, li trasse subito fuori del vaso, non poteva perciò succedere la separazione del sale; anzi tale separazione doveva ritardarsi sempre di più, giacché levando sempre la tavoletta del ghiaccio (la quale sebbene non era tutt’affatto purificata, doveva però contenere minori particelle di sale che l’acqua dalla quale nacque), il resto dell’acqua diveniva sempre più saturato di sale. Quindi il pezzo di ghiaccio più grosso era in ultimo penetrato da particelle salate.

(1) Egli ha descritti i suoi esperimenti in Barington’s second supplement to the probabilites of reaching the Nordpale p. 121-142. [Higgins 1776]

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L’alzarsi de’ foglietti di ghiaccio, e la loro prima formazione sul fondo del vaso poterono essere tanto meglio osservati dal dott. Higgins in quanto ch’egli trasse dal vaso i foglietti di ghiaccio sempre immediatamente dopo la loro nascita, talché in questo modo poté riceverne sempre de’ nuovi. Al contrario bastava a Nairne star solamente attento al primo alzarsi delle tavolette di ghiaccio perché gli entrasse in pensiere, che il ghiaccio dell’acqua marina si fosse formato sulla superficie, e che continuasse ad accrescersi al di sotto. Egli non poté più osservare l’innalzamento della seconda, e della terza tavoletta; e quando alla prima si attaccavano delle nuove tavolette di ghiaccio doveva sembrargli, che il ghiaccio si formasse dall’alto in basso.

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Chiaramente ora apparisce perché Kranz trovò salato il ghiaccio piatto; ed anzi se egli l’avesse esaminato più esattamente, l’avrebbe trovato anche spungoso, ed in generale sporco. Quel ghiaccio altro non era, che un ghiaccio non ancora perfettamente gelato, il quale essendo disciolto, gli diede nuovamente dell’acqua salata. Per la stessa ragione avvenne a Pages che nell’acqua marina, la quale durante il suo tragitto si era gelata intorno al vascello, trovò una libbra di sale per 100 libbre di ghiaccio; che questi medesimi pezzi di ghiaccio, conservati olto giorni, diedero per 100 libbre solamente un quarto di sale, e che dopo il corso di tre settimane, questo medesimo ghiaccio non ebbe più sale.

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Qualche volta, ma raramente, si è trovata qualche isola di ghiaccio anche nel mare atlantico, e sulle coste d’Europa, sotto il 40 di latitudine settentrionale, la quale vi era stata trasportata dalla corrente e dalla burrasca. Ordinariamente tali isole sono disciolte prima di passare il 55° di latitudine. Nello stretto di Bellisle, sulla punta meridionale di Labrador, sotto il 52° di latitudine, si è osservata una grande isola di ghiaccio, la quale si era arrestata sul fondo: essa vi restò durante l’intera estate, e non si disciolse che nella stagione calda dell’anno seguente. Siccome l’America è più fredda del continente antico, così vi accade questo fenomeno non raramente che sulle nostre coste. Nell’Irlanda, la di cui parte più meridionale cade nel medesimo grado di latitudine, difficilmente il ghiaccio vi arriva; e molto meno ancora vi si conserverebbe una estate intera. I propri confini fin dove l’isole od i pezzi di ghiaccio si estendono vanno fino al 70° di latitudine settentrionale, di là de’ quali i campi ed i monti di ghiaccio si trovano in enorme quantità e grandezza.

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Avvicinandosi a quest’enormi isole di ghiaccio nella distanza di alcune miglia geografiche, si osserva sull’orizzonte un vivo splendore bianchiccio cagionato dal loro riflesso, il quale, seguendo i Groenlandesi, è chiamato splendore di ghiaccio. Poco dopo l’apparizione di questo splendore suole vedersi una quantità di uccelli pescatori (Alcedo Ipsida Linn. e di Gmelin) o di tempesta (Procellaria pelagica Linn. ed Im.), che sono bianchi come la neve, i quali sono da riguardarsi come i sicuri forieri del ghiaccio vicino. In seguito cala il termometro (poiché le grandi masse di ghiaccio raffreddano moltissimo l’aria), e poi si vedono all’intorno da tutte le parti pezzi di ghiaccio di varie grandezze, preceduti dal ghiaccio di fondo. Finalmente nel fondo di questo quadro si vedono ambulanti campi di ghiaccio, isole fluttuanti, e rocce di ghiaccio, che s’innalzano verso il cielo, il tutto in tale aspetto, che un mare gelato nel momento della burrasca più furibonda, non ne darebbe un quadro giusto. Campi di ghiaccio lunghi due in tre miglia geografiche, ed alti più di 100 piedi non sono affatto rari: tutt’i navigatori raccontano di averli frequentemente veduti, ed anzi, secondo il rapporto di Kranz, vi sono campi di ghiaccio sì sterminati, che alcuno di essi è lungo 150 miglia geografiche, e largo 60. 

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Del ghiaccio non soprasta all’acqua che la quattordicesima parte del suo volume, anzi nell’acqua di neve suole non soprastare che una quindicesima parte. L’acqua del mare è un poco più grave, ma ciò non ostante in essa il ghiaccio s’affonda per più di undici dodicesime sue parti. Se supponiamo adunque, che un campo di ghiaccio abbia la lunghezza di un miglio geografico, la larghezza d’un quarto, ed un’altezza di 100 piedi sopra l’acqua s’avranno 13,971,831,000 piedi cubici di ghiaccio sopra l’acqua stessa il qual volume dovendo essere la dodicesinia parte del totale, aggiungendovi le undici parti sotto l’acqua, ne risulterà pel totale volume del suddetto campo di ghiaccio la somma enorme di 166,665,972,000 piedi cubici.

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Ugualmente maravigliosa è la quantità interminabile delle masse di ghiaccio, che spesso circondano il navigatore da tutti i lati, che fin dove può estendersi l’occhio null’altro si vede che ambulanti montagne di ghiaccio. Più di una volta se ne sono vedute dall’altezza della gabbia quasi due cento di tali grandi masse di ghiaccio, fra le quali la più picciola era della grandezza del vascello.

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Le alte masse di ghiaccio nascono indubitatamente da’ campi di ghiaccio i quali in tempo di calma sonosi formari sulla superficie del mare, e che poi s’ingrossano spesso di più pollici in una sola notte, talché in seguito giungono alla grossezza di più di in piedi. Questi campi spesse volte sono rotti dalla burrasca, i pezzi di ghiaccio sono gettati l’uno sopra l’altro, i superiori comprimono gl’inferiori, e finalmente gelansi insieme in modo che facilmente si possono conoscere distintamente i loro diversi strati. I signori Forster negli anni 1772 e 73 osservarono in molte masse di ghiaccio questi strati isolati, de’ quali ciascuno era della grossezza di molti piedi. Martens nella sua descrizione di Spitzbergen osserva espressamente, che le montagne di ghiaccio consistono in pezzi gettati uno sopra l’altro. Il veementissimo freddo d’un lungo inverno, il quale dura almeno otto mesi senza interruzione, genera masse di ghiaccio, che la breve e debole estate non può liquefare, per cui crescono continuamente. La neve che cade fino all’altezza di molte braccia, e che spesse volte in gran parte è sciolta dalle piogge, le quali quivi non sono rare ne’ mesi d’inverno, gelasi insieme coll’acqua della pioggia stessa, ed indi vien coperta da nuova neve, cosicché innalzansi in tal modo montagne di ghiaccio di un’altezza incredibile.

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L’urto de’ banchi di ghiaccio cagiona un rumore sì forte, che impedisce fino l’udire le parole di quello che parla. Tutto ad un tratto in mezzo ad essi banchi nasce in qua ed in là un fuoco chiaro, il quale non può essere cagionato che dalla violenza dello stropicciamento che soffre il legno fluttuante, il quale in quel momento si accende. Spesso queste rocce di ghiaccio si precipitano con un fracasso spaventevolissimo, e si rompono in piccoli pezzi. Sovente le loro cime composte di neve e di pioggia, che in parte si cangia in ghiaccio, trovandosi sopracaricate, cadono giù a precipizio con un tuono terribile da una punta all’altra, finché qui restano appese sopra un abisso, e là precipitansi in una baia, ove si spezzano in grandi masse. Il mare in tali casi è sì violentemente agitato, che ancora in distanze considerabili le onde ingoiano i piccoli battelli.

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Anche pe’ più grandi vascelli questi cangiamenti subitanei divengono pericolosi allora quando accadono nella loro vicinanza. I vascelli ne’ quali viaggiarono i signori Forster alcune volte si trovarono nel pericolo di essere danneggiati per un simile rovesciamento(1). Molti vascelli i quali sono scomparsi senza averne avuto in appresso alcuna notizia, né saputasene alcuna traccia, certamente sono periti per tale cagione. La maggiore influenza a questi cangiamenti violenti è forse da attribuirsi al mare, il quale in fondo scioglie la loro base, e ne strappa via pezzi considerabili. Il mare consuma il piede delle più alte montagne scavando la loro base fondamentale, onde la cima che viene sempre di nuovo aggravata, fa cadere finalmente la volta sotto di sé, e viene costretta a rotolarsi nel precipizio, per dar luogo subito all’innalzamento di nuove montagne. Senza queste rivoluzioni i banchi di ghiaccio presto si conterebbero fra i più alti luoghi della terra. Continuatamente si sente lo scoppio de’ campi di ghiaccio che improvvisamente si spaccano, producendo piccole crepature della larghezza di un piede sopra un’estensione d’intere miglia, le quali nell’istesso tempo rimuovono i pilastri e le montagne di ghiaccio poste sopra di esse, e, quasi colonie, ne separano grandi parti, che a cagione della loro grandezza e gravità presto si arrestano, talché lungo que’ campi di ghiaccio formansi isole, profonde cale, e seni di mare. 

(1) Forster Bemerkungen uber Gegenstaende der physischen Erdeschreibung pag. 64.  [Forster 1783]

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Così la natura ove pare essere morta è nella maggiore attività; produce sempre scene nuove, nuove vedute e figure, e fa credere allo spettatore di essere stato presente alla creazione. Si vedono improvvisamente innalzarsi delle montagne, sprofondarsi delle valli, dilatarsi de’ seni di mare, nascere delle grotte, ammontarsi delle torri, e tuttociò che l’occhio è accostumato di vedere sulla terra ferma viene rappresentato con arditezza inaudita in questi strani giuochi della natura. Qui sono giardini pendenti, pilastri artificiali, ed ordini di colonne di berillo e di smeraldo; là volte immense e libere, e ponti lunghissimi nella più alta regione dell’aria: vedonsi ove precipizi ed abissi, ove spelonche nelle quali non penetra alcun raggio di sole, ed ove pianure sterminate che si perdono nell’infinito. Nell’istesso tempo il più vago giuoco di colori anima sì maestoso quadro: il bianco abbagliante della neve è contrastato da un cristallo di ghiaccio perfettamente trasparente, il quale produce pienamente l’effetto del prisma, spargendo all’intorno tutti i colori dell’iride allorché risplende il sole. Spesso, ed ordinariamente verso la superficie del mare, il ghiaccio è tinto d’un bel colore turchino di zaffiro, o piuttosto di berillo, il quale però senza dubbio, come dice Forster(1), altro non è che il semplice riflesso dell’acqua.

(1) Forster Reise um die Welt. Volume I. pagina 108.  [Forster 1783]

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In somma quello che dalla fantasia più accesa e più audace può aspettarsi, senza andare vagando pe’ regni delle fate vien realizzato in queste regioni, ove l’azzardo (il quale quivi pare avere stabilito il suo regno) conduce alcune volte pochi mortali momenti. Anche gli esseri viventi organici non vi mancano. Queste città, questi castelli, e questi campi prodotti dall’incantesimo sono abitati da’ vitelli marini, che durante l’inverno vivono sul ghiaccio; sono percorsi dagli orsi polari (ursus maritimus) i quali sopra di esso passano da una parte del mondo all’altro, e sono animati da una quantità innumerabile di uccelli pescatori (alcedo ipsida), e procellari (procellaria nivea) che si nutriscono negli stagni di acqua dolce nati dalla neve liquefatta, e dalla pioggia che casca frequentemente nel mese di dicembre. Per questa medesima cagione spesso vi nascono improvvisamente cadute di acqua mentre si stacca il margine di uno stagno situato più alto: per poco tempo mormorano i ruscelli, e zampillano le sorgenti, finché tutto nuovamente si arresta.

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Questi cangiamenti continui, i quali incessantemente occupano la fantasia, si estendono frattanto solamente fino all’80° di latitudine. Al di là di esso, ed in alcune regioni più in qua, pare che tutto sia immobile, e forse non si è variato questo quadro dopo che l’asse della terra, si è inclinato all’eclittica col presente angolo. Tutto pare essere morto e tranquillo, ed in ogni parte sembra regnare una mesta e cupa invariabilità, conveniente alla tranquillità della tomba.

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In tutte le descrizioni de’ viaggi verso i poli si narrano i pericoli cagionati dal ghiaccio. Le rocce ambulanti, e le montagne fluttuanti, le quali spesso dal vento vengono spinte l’una contro l’altra (fenomeni, che avrebbero potuto far nascere la favola de’ giganti i quali davano l’assalto al cielo scagliando montagne contro di esso), sono le meno pericolose, poiché sono visibili in grande distanza, ed ordinariamente si possono evitare con tutto il comodo. Ma qualche volta riescono pericolose, perché sono anche involte nella nebbia la quale procede con esse innanzi, oppure la burrasca getta il vascello contro le dette rocce movibili le quali per sovrappiù sono involte nella nebbia.

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In ogni caso queste masse di ghiaccio, che compariscono sotto la forma di campi piani, sono i più pericolosi. Essi nuotano come zatte, e quando sono condotte insieme dalla burrasca, o dal flusso, tolgono ai vascelli qualunque sortita, li comprimono in modo, che sono necessitati di alzarsi, li volgono sul fianco, e li spezzano. La grande circonferenza di questi pezzi di ghiaccio minaccia poi i navigatori di maggiori pericoli, li conduce alla disperazione, e non si salvano che per azzardo, e non mai senza i più incredibili sforzi, che la sola disperazione può produrre. All’improvviso si trovano i navigatori in deserti di dodici sino a sedici mila miglia geografiche quadrate, mentre si vedono sovente piani di duecento miglia di lunghezza, e di sessanta o ottanta di larghezza, i quali talvolta sono interamente lisci, per lo più pieni di screpolature, sopra le quali però un uomo può saltare, senza impiegare molta fatica. Se i navigatori sono tanto fortunati da poter salvare sul ghiaccio i viveri, ed i battelli del loro vascello, allora è possibile di fuggire all’imminente pericolo della morte. Qualche volta si divide pure il ghiaccio, e loro apre una inaspettata sortita, oppurre loro prepara un subitaneo sepolcro.

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Anche i piccioli pezzi di ghiaccio fluttuante, i quali a migliaia nuotano d’intorno, e formano il ghiaccio fluttuante (propriamente detto treibies), spesse volte si stivano e si affollano, poi sono gettati dal vento l’uno sopra l’altro, e formano quel ghiaccio che dai navigatori della Groenlandia è chiamato ghiaccio a strati (packeis).

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Sotto vento delle grandi estensioni di questo ghiaccio a strati, il mare solitamente resta piano anche in tempo di burrasca, poiché il ghiaccio si oppone allo slancio dell’acqua. Così Forster ai 17 di gennaio 1773 sotto il 67°, 15 di latitudine meridionale, allora quando il vascello s’inoltrò frammezzo il ghiaccio fluttuante, osservò questa tranquillità del mare, mentre che nello stesso tempo sulla parte del ghiaccio esposta al vento, vedevasi un grande rompimento delle onde, ed un grosso mare(1).

(1) Forster Bemerkungen uber Gegenstaende der physische Geographie pag. 62.  [Forster 1783]

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Nell’estate il piccolo ghiaccio, il quale dalle forti correnti è condotto verso il Sud, a poco a poco si strugge, e viene anche disciolto dall’acqua marina fino dove cominciano le grandi masse comparte di ghiaccio mentre la sua temperatura nell’estate è alcuni gradi sopra il punto della congelazione. Anche nell’acqua dolce (il di cui peso specifico sta al peso dell’aria come 1,0000 a 0, 000150, quando ambedue hanno la medesima temperatura) si scioglie il ghiaccio più facilmente che quando è esposto all’aria, e ciò a cagione del peso più considerabile delle particelle dell’acqua, che si attaccano al ghiaccio, lo abbracciano maggiormente, e lo sciogliono. L’acqua marina, ancora più pesante (di cui la gravità specifica sta quella dell’acqua dolce come 1,030 a 1,000) deve in conseguenza operare ancora con maggior vigore.

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Quindi pare che il ghiaccio, contando una cosa per l’altra, né si diminuisca, né aumenti, ma che calcolando un anno per l’altro, offre fino all’80° continuamente il medesimo spettacolo, i medesimi accidenti spaventevoli, ed i medesimi cangiamenti. Può darsi che in alcune estati il ghiaccio si consumi interamente fino all’80°, offrendo in tal guisa per poco tempo un mare libero; ma in altre poi può nuovamente aumentarsi. Spesse volte trovarono i vascelli niuna traccia di ghiaccio in que’ siti ove essi, uno o due anpi indietro, furono impediti dal ghiaccio fermo, che quasi li tenne murati dentro; essi navigarono senza ostacoli sopra quel medesimo spazio ove altri credettero di aver veduto promontori e terra ferma, ingannati dalle elevate montagne di ghiaccio.

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Il capitano Wood, il quale nel 1676 sostenne con tante ragioni la possibilità non solo, ma la certezza di un tragitto al Nord est, e che intraprese per ciò il viaggio con tanta fiducia, già sotto il 76° di latitudine settentrionale, prima che egli arrivasse alla punta settentrionale della Nuova Zembla, trovò gelata e fissa l’intera estensione del mare, di modo che egli sostenne, che la Groenlandia, Spitzbergen e la Nuova Zembla formavano un solo continente. Prima e dopo di lui vi sono stati navigatori che hanno fatto il tragitto sotto questo grado di latitudine, e particolarmente fra la Nuova Zembla e Spitzbergen.

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Il capitano Lieschoten, che nel 1594 navigò in questi contorni, vide l’acqua da per tutto chiara e libera in una grande estensione, e facendo il suo secondo viaggio osservò egli espressamente al 1 di settembre(1) con quale celerità i banchi di ghiaccio si rompano, spariscano, e si riuniscano poi in un altro sito. Se in ogni anno s’intraprendessero de’ viaggi verso il polo, forse da lungo tempo si sarebbe navigato una volta intorno alla Groenlandia, o al Nord dell’Asia. Per tali viaggi converrebbero gli anni più freddi ed umidi, perché in essi si distacca la minima quantità di ghiaccio dal fisso ghiaccio polare.

(1) Pag. 241 della sua opera. 

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Anche gli antichi hanno saputo qualche cosa di questo agghiacciamento dell Oceano, per notizia avutane forse dai Galli e dai Britanni, o da altri popoli del Nord, i quali di quando in quando intrapresero lunghi viaggi per mare. Presso di loro il mare glaciale settentrionale si chiamava il mare gelato, il morto, il pigro, l’immobile, mare cronium, il mare che si è rappreso, morimarusa. Questi nomi trovansi presso Dionisio Periegetes v. 32. 33 edit. Bas. Operin. p. 35 Orpheus Argonaut. 1079. 1080. Rin. hist. nat. lib. 4. cap. 13 et cap. 16. I nomi forse ci serviranno come sorgenti ove attingere le antiche notizie del mare glaciale. Morimarusa, cioè il mar morto, si è conservato fino in oggidì nel Principato di Wales. Mos nella favella di questo paese significa il mare, e marw morto, e però mor morw (si pronuncia mormarie) il mare morto. Nell’irlandese moir cron significa il mare grosso rappreso, e quindi mare cronium forse anche la Groenlandia. – Tacito nella vita di Agricola cap. 10 dispecta est et Thule, quam hactenus nix et hyems abdebat, sed mare pigrum ac grave remigantibus perhibent ne ventis quidem perinde attolli. Strabone nel secondo libro della sua geografia (edit. Causab ab. an. 1587 pag. 71 m.) narra, che Pytheas, il celebre viaggiatore di Marsiglia, sia stato criticato da Polibio, perché disse dell’Oceano posto al di là di Tule, che in esso non sia né terra né acqua né aria, ma un misto di questi tre elementi, simile al polmone marino, ove non si può mettere il piede né navigare, e ch’ egli stesso ancora avesse veduto il detto polmone marino. Per quanto Pytheas sia criticato dagli antichi riguardo a questa narrazione, ciò non ostante si vede benissimo, che egli sia stato vicino al mare Glaciale, forse nel Sund, o nell’Haff, e che abbia udito ancora altre notizie che riguardano questo mare. 

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